Seconda Domenica di Pasqua – anno A

 

Conosciamo bene il racconto dell’apparizione di Gesù a San Tommaso. Proclamato ogni anno la seconda domenica di Pasqua, è facilmente ricordato dai fedeli praticanti, ma è talmente chiaro e incisivo da essere preso ad esempio per esprimere posizioni fieramente scettiche o quanto meno prudenti a fronte di molte affermazioni facilmente opinabili.

La domanda che vorrei pormi non è il perché Tommaso fosse inizialmente così restio a credere, ma perché Gesù sia comunque voluto apparirgli, nonostante la sua ostinazione. Una delle tante giuste riposte, afferma che era indispensabile che Gesù gli apparisse, affinché Tommaso fosse poi in grado, in qualità di apostolo, di annunciare agli altri la risurrezione di Cristo e di confermarli in questa fede. E’ certamente vero, ma a me sembra che da sola questa lettura riduca il rapporto tra lui e Cristo a una semplice funzione istituzionale, che quindi Cristo sia interessato all’apostolo, ma non poi così tanto all’uomo Tommaso.

Oggi, dopo tanti anni trascorsi a meditare il vangelo e ad affrontare tante prove nel cammino della fede (prove mie e di altri fratelli e sorelle), sono indotto ad affermare che, anzitutto e semplicemente, Gesù è apparso a Tommaso perché aveva cura di lui, perché gli era caro, perché gli voleva bene: non poteva, dopo aver sacrificato la vita per lui, lasciarlo in quella condizione d’ignoranza. Non aveva forse insegnato lui, il Signore e Maestro, che Dio è un pastore pronto a lasciare le novantanove pecore nel recinto per andare a cercare quella che si è smarrita? Con questa parabola, non aveva forse lui insegnato un segreto per conoscere e commuovere Dio e cioè che i discepoli sono chiamati a seguire il Signore, ma che spesso è lui il primo a inseguirli affinché non si perdano?

Ora, però (come insegna il santo cardinal John Henri Newman in uno dei suoi scritti), la Pasqua aveva appena inaugurato una nuova relazione tra Cristo e i suoi discepoli, la stessa relazione che è durata nei secoli ed è giunta sino a noi. Se ci ragioniamo, comprendiamo che essa è basata da una parte sulla libertà del Risorto di andare e venire in qualunque luogo e di essere nel pieno potere di raggiungerci ovunque e dall’altra sulla libertà del discepolo di lasciarsi raggiungere in questo “ovunque”. Ebbene, il ponte su cui s’incontrano le due libertà, il luogo in cui il Signore e il discepolo si abbracciano, la forza per cui questo incontro è possibile ovunque, si chiama fede. E’ perciò normale che il primo modo con cui il Signore si prende cura di Tommaso è quello di risvegliare la sua fede. Solo con la fede Gesù può tenere unito a sé il suo discepolo; per questo la fede viene prima di tutto il resto: prima della salute, prima del denaro, prima degli affetti, prima del successo. Tutte queste cose, senza la fede, possono separarci dal Signore Risorto; mentre invece, precedute e animate dalla fede, sono vie che ci conducono a Lui. Accendere con ogni sapienza questa fede nel cuore di Tommaso era quindi per Dio più urgente che non rispettare a tutti i costi la sua ostinata testardaggine!

E come fa Cristo a risvegliare la fede di Tommaso? Come fa a guarirlo dalle ferite dell’incredulità? Con un’immagine sintetica, dice Sant’ Agostino che Gesù guarisce Tommaso grazie alla proprie cicatrici. Che mistero grande e, contemporaneamente, quale grande esempio di realismo. L’amore crocifisso di Cristo opera la risurrezione nel cuore di Tommaso mostrandogli le piaghe della passione, quelle che Tommaso stesso aveva citato come prova necessaria affinché egli si piegasse a credere. Quale terremoto abbia sconquassato il cuore di Tommaso nel momento in cui egli ha visto le piaghe del Cristo è difficile immaginarlo, ma è facile comprendere che da quell’istante nulla sarà più come prima. Solamente, l’entusiastica e sopraffatta esclamazione dell’apostolo “mio Signore e mio Dio!” ci segnala che il fuoco inestinguibile della fede è ormai acceso nel suo cuore; e ci da un criterio: possiamo riconoscere in noi la medesima fede di San Tommaso quando una pur piccola fiammella di stupore brilla dentro di noi e ci spinge ad amare Cristo con tenerezza e gratitudine. Così, infatti ci insegna San Pietro, nella seconda lettura: “Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui”.

In questa domenica, dedicata alla divina misericordia, riconosciamo che la guarigione di Tommaso è opera della misericordia del Redentore e che la fede ne è il frutto migliore. L’episodio non ci dice nulla a proposito delle virtù del futuro apostolo, delle sue battaglie e neppure nulla delle sue pene e delle sue croci, ma ci garantisce che ormai è irrimediabilmente inoculato in lui il virus contagioso dell’amore crocifisso, che lo sosterrà e lo sospingerà sino alla fine nel donarsi ai fratelli, in nome della stessa misericordia, per trasmettere loro il dono della fede nel Risorto. Chissà quante volte avrà rincuorato i suoi figli, Tommaso, dicendo loro: “Non temete, Egli è accanto a voi, Egli è con voi, Egli ha cura di voi, perché vi ama. Credetelo per amarlo e amatelo per vivere in Lui. Se lo farete, sarete più beati di me!”.

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