Seconda Domenica di Pasqua – Anno C

Sostando nei giorni scorsi nel duomo di Torino, dove è conservata la preziosissima reliquia della Sindone, osservavo i presenti: alcuni in piedi guardavano i video con le immagini del telo, spiegate in varie lingue, ben preparati e chiari, altri sostavano in silenziosa preghiera davanti alla teca nella quale è custodito il lenzuolo che avvolse Cristo durante la morte. Tutti potevano fare riferimento a qualcosa di oggettivo, di tangibile, cioè un lenzuolo che reca impresse sofferenze umane i cui dettagli sono tutti sorprendentemente coincidenti con i racconti evangelici della passione di Cristo e la cui immagine è fatto tuttora non spiegato dalla scienza moderna.
Veniamo ora al vangelo. Il “se non vedo non credo” è frase ambigua da parte di Tommaso, poiché se tutti avessero fatto così come lui non ci sarebbe stata trasmissione della fede cristiana, né Chiesa, né sacramenti, né santità di vita e di opere in nessun luogo e in nessuna epoca. Tuttavia, se soggettivamente l’atteggiamento di Tommaso è da riprovarsi, da un punto di vista oggettivo non va mai dimenticato che la nostra fede è appoggiata su fatti reali, concreti, storici. Forse per questo Cristo accettò di scendere a patti con Tommaso: non solo per venire incontro alla sua testardaggine, ma anche per lasciare un’ulteriore documento a chi in futuro avesse tentato di ridurre la fede cristiana a mero sentimento o a qualcosa di solamente mentale. Cristo dopo la morte è stato visto, toccato, ha mangiato con i suoi discepoli più e più volte. Nessuno lo ha visto risorgere, ma molti lo hanno incontrato dopo la sua risurrezione: se non ci fosse stato questo incontro non ci sarebbe stata la possibilità di effettuare un vero annuncio, per tanti motivi, primo tra questi il fatto che raccontare la storia di un Dio che si è incarnato, ma poi è svanito nel nulla non avrebbe convinto nessuno, a partire dai discepoli. San Pietro nella sua seconda lettera, parlando dell’evento della Trasfigurazione di Cristo al Monte Tabor, pronuncia delle parole che bene si adattano anche a commentare l’annuncio della risurrezione, alla quale i discepoli (e non solo Tommaso), faticano a credere: “Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza” (2 Pt 1,16-18).
Tuttavia, che cosa fa sì che gli eventi oggettivi che riguardano il Cristo risorto siano presi sul serio da qualcuno? Che cosa fa sì che uno li consideri veri in se stessi e per lui? Essi infatti, oltre che straordinari, sono talmente umili e nascosti che non si è intellettualmente obbligati a prenderli per veri. La risposta è ovvia: ciò che ci permette di aderire interiormente a dei fatti storici, reali, concreti ed esterni è la fede, grazie alla quale noi incontriamo il protagonista di quegli eventi, cioè Cristo, oggi. Il che è possibile per due motivi: anzitutto perché Egli agisce nei nostri cuori con la grazia dello Spirito Santo e in secondo luogo perché, avendo Egli vinto la morte, tutti coloro che credono in Lui possono diventare suoi contemporanei, ovunque e in qualsiasi tempo essi si trovino a vivere.
Tutti, nel duomo di Torino, guardavano il medesimo Volto sofferente, il medesimo corpo piagato, la medesima e misteriosa immagine impressa nel telo; quale fosse però la risposta interiore di ciascuno a tale provocazione non è dato di saperlo; come, soggettivamente, ognuno reagisse a una medesima, universale e oggettiva visione, lo sa solo la grazia di Dio, la quale era certamente all’opera in ognuno dei presenti, per muoverli interiormente dalla percezione di un’immagine alla contemplazione di un Mistero.
Grazie all’infinita condiscendenza di Gesù Cristo, l’incredulo Tommaso potrà costatare la verità del Risorto, e la sua affermazione (riportata dall’evangelista Giovanni) lo riscatterà parzialmente dalla sua precedente incredulità, dimostrando che egli è andato oltre l’ambito della stretta verifica materiale. Egli infatti si prostrerà ai piedi del “nuovo arrivato” esclamando: “Mio Signore e mio Dio!”. Non avrebbe potuto esplodere in tanta adorazione se dall’interno Dio non avesse fatto fiorire quella fede senza la quale nulla di divino può essere compreso e abbracciato dall’uomo. “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” gli risponderà Cristo, come se per un istante il suo sguardo puntasse in direzione di una ideale telecamera con l’intento di raggiungere tutti noi, affinché ci sentiamo a pieno titolo coinvolti nella stupenda scena dell’incontro tra il Risorto e il nostro amico Tommaso.

Una risposta a “Seconda Domenica di Pasqua – Anno C”

  1. Nuccia Maritano dice: Rispondi

    Grazie del tuo “sguardo” sulla resurrezione. Sono parole che hanno aiutato la mia fede. La tua fede è per me un esempio importante.

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