Seconda Domenica di Quaresima – Anno C

Abbiamo da poco celebrato il mercoledì delle ceneri, nel quale rammentavamo la nostra pochezza e invocavamo comunitariamente il perdono dei nostri peccati. Ci stiamo poi lentamente avviando verso l’annuale ricorrenza della passione e morte di Cristo, che mediteremo sia la domenica della palme, sia il successivo venerdì santo, durante la via crucis o la liturgia del medesimo giorno. Di Gesù contempleremo tutti i dolori causati da noi uomini; tutte le ferite, le ingiurie e le ingiustizie di cui noi siamo i responsabili. Echeggeranno in particolare le antiche profezie di Isaia, secondo le quali sul “servo del Signore” si abbatterà l’iniquità degli uomini, sotto forma di castigo corporale e morale, con una violenza tale che “davanti a lui ci si copre il volto”, “tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto”, a tal punto da definirlo “uomo dei dolori”.
A quella terribile visione saranno tutti ammessi, anzi, tutti saranno provocati a guardare quel che resta dell’uomo flagellato, incoronato di spine, bastonato e crocifisso.
Oggi invece, il vangelo ci parla di una situazione totalmente opposta, di un evento straordinariamente bello, luminoso al quale solo tre dei suoi discepoli sono ammessi, un evento che si svolge su un monte lontano dagli sguardi indiscreti, quindi di nascosto. Essi godono il beato privilegio di vedere trasparire sul volto di Gesù e nelle sue vesti lo splendore di una gloria ineffabile, tale da lasciarli inebetiti e senza parole. E’ il momento della trasfigurazione, durante il quale Gesù permette ai tre di cogliere un riflesso esteriormente sensibile della divinità che lo abita, di quella natura eterna nascosta nella sua vera carne umana.
Vi sono momenti nella nostra vita nei quali viviamo qualcosa di analogo, quando per esempio vediamo un sorriso, oppure notiamo un gesto di generosità improvviso da parte di qualcuno, oppure ci accorgiamo di quanto una persona sia profondamente assorta nella preghiera: sono tutti momenti nei quali sui volti emerge qualcosa d’interiormente bello, nuovo e sorprendente, una luce che rivela un’aspetto nascosto, ma vero, dell’altro. Se poi costui è il figlio di Dio, allora è inevitabile che la sua natura divina, affiorando in quella umana, la investa di una luce irresistibilmente bella per chi la vede.
Luca tuttavia, nel riportare il racconto della trasfigurazione, dice che Gesù s’intrattiene con Mosè e il profeta Elia (misteriosamente apparsi), con i quali parla del suo “esodo”. Che cosa s’intende con esodo? S’intende la sua uscita da questa vita terrena. S’intende, perciò, la sua morte. Quest’ultima va tenuta presente per comprendere il momento della trasfigurazione, secondo Luca. Ma in che senso?
Ebbene, sarebbe stato facile per Cristo trasfigurarsi davanti a tutti. E se lo avesse fatto, quale sarebbe stata la reazione unanime? Possiamo con buone ragioni supporre che tutti lo avrebbero riconosciuto per Signore e Messia. E tutti avrebbero fatto a gara per salire sul suo carro di vincitore, cercando il modo per volgere a proprio vantaggio i poteri di un dio mago di siffatta grandezza.
E invece no. Lui morirà. Di una morte infamante e scandalosa. Dei tre discepoli solo uno avrà il coraggio di rimanere a fissare l’uomo trasfigurato dai dolori, l’uomo oltraggiato da coloro che egli considera fratelli. Gli altri due fuggiranno. Sarà una fuga corale di discepoli e simpatizzanti dal carro del vincitore, ora trasferito su un trono troppo scomodo e assurdo.
Qui Cristo li aspettava e qui Cristo continua ad aspettare ogni discepolo: al Calvario, dove, nell’oscurità del dolore e nella tenebra della morte noi possiamo contemplare la luce abbagliante di un amore sconfinato, ineffabile e inaudito, tale da perdonare i nemici e morire per loro. Chi sa vedere come e quanto al colmo della meschinità umana, sul Golgota, brilla in quel corpo appeso alla croce la luce di Dio? Lo sa e lo può solo chi crede. Tre giorni dopo, un uomo risorgerà dal sepolcro, di nascosto, lontano da sguardi curiosi e indiscreti, la cui luce continuerà a covare nascosta nel mondo. Chi la può cogliere? Chi ne può beneficiare senza ormai correre il rischio di manipolarla a proprio vantaggio? Chi ha imparato ad amarlo nel suo corpo trafitto. Per costui le ferite del Signore sono vere sorgenti di luce a cui abbeverarsi e dalle quali guardare il mondo con occhi ben aperti e finalmente nuovi.

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