Seconda Domenica dopo Natale – 2021

Qui il link alla liturgia del giorno

 

 

Molti di noi avranno forse vissuto esperienze di campeggio, durante le quali per una notte o per il tempo d’una vacanza hanno dormito e abitato dentro una tenda. È un’esperienza divertente all’inizio, perché è bello pranzare fuori dalla tenda all’ombra di un albero o cenare sotto le stelle. È pure un’esperienza di essenzialità, perché s’impara a vivere con molto meno, in maniera più semplice e in certo senso più umana. Ma tale esperienza può diventare anche un po’ scomoda e, soprattutto, quando imperversano vento, pioggia e freddo, la tenda si trasforma improvvisamente in un efficace simbolo della nostra fragilità, perché riparo molto debole.

Tale è l’esperienza che Cristo ha voluto fare venendo ad abitare in mezzo a noi. Nell’immortale frase di San Giovanni impressa nel prologo, nel momento stesso in cui l’evangelista narra che in Cristo il Verbo di Dio si è fatto uomo, ebbene in quell’istante l’autore insegna che il Figlio di Dio ha scelto con ciò una condizione di debolezza, di fragilità per amarla e per farvi risplendere la grazia divina: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Carne qui non è soltanto il corpo. Carne è la nostra condizione umana concreta, fatta di slanci e di debolezze. Carne è la nostra storia fatta di cadute e di tentativi di rialzarsi. Carne è la nostra capacità di voler bene, ma anche la nostra tendenza a sfuggire alle responsabilità e a non ammettere i nostri limiti ed errori. La nostra carne, insomma, è la nostra condizione di peccatori e pertanto di esseri contrassegnati da un comune distintivo: la morte. Cristo “venne ad abitare in mezzo a noi”, letteralmente: “pose la sua tenda in mezzo a noi”. Ha scelto noi per casa, sapendo benissimo che ciò avrebbe significato per lui abitare non già in un ambiente sicuro e confortevole, ma fragile e contradditorio, esposto per sua natura a tutte le intemperie. Una carne mortale, appunto.

Quanto è dunque gratuito l’amore di Cristo per noi! Quanta consolazione concede questa verità a chi la crede: non dobbiamo anzitutto negare la nostra fragilità oppure vincerla da soli (cosa del resto impossibile) al fine di impostare con Dio una relazione rassicurante e formalmente giusta. No. Dobbiamo lasciare anzitutto che Cristo scenda nella nostra debolezza. Dobbiamo lasciarci guardare proprio lì e lì lasciarci accogliere da Lui. Lui scende tra noi nella debolezza e in tale debolezza vuole essere accolto affinché noi impariamo che questa è l’unica via per stabilire una relazione vera e amorevole con Dio.

Questo concetto è stato efficacemente espresso da papa Francesco nella lettera “Patris Corde” che egli ha recentemente scritto in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale patrono universale della Chiesa.
In un passaggio cruciale afferma: “La storia della salvezza si compie «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza”.

Se ci pensiamo bene, effettivamente, comprendiamo che tutte le scelte future di Gesù non saranno altro che la prosecuzione e la conferma di questo stile e di questa via: dalla scelta di quei dodici ai pranzi con i pubblicani; da una vita itinerante agli incontri con le prostitute; e così via, sino alla croce.
Pensiamoci bene anche a riguardo di noi stessi: se noi crediamo in Lui e lo amiamo è anzitutto perché Lui ci ha scelti e ci ha chiamati a conoscerlo e a seguirlo; non però per le nostre qualità, ma per la sua bontà e misericordia, le sole condizioni capaci di generare in noi ciò che può essere gradito a Dio.

E allora ha ragione il papa quando dice che “se questa è la prospettiva dell’economia della salvezza, dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza. Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza”.
Lo spirito di Dio prosegue nella storia la missione di Gesù e lo fa secondo il suo stile, di liberarci cioè dal male con la dolcezza dell’amore, perché è l’unico modo per provocare la nostra libertà a partecipare all’opera di Dio e a collaborarvi pienamente.

Dice ancora il papa nella sua lettera:“È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità”.
Noi oggi contempliamo la mano di un bimbo tesa verso di noi non per condannarci, ma per salvarci.

 

 

 

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