SECONDA DOMENICA DOPO NATALE

Se qualcuno si è chiesto talvolta perché San Giovanni evangelista sia raffigurato nell’iconografia cristiana classica come un’aquila, basta che legga le prime parole del prologo con cui egli apre il suo vangelo per rendersi conto di come tale immagine renda a mala pena giustizia dell’acutezza del suo pensiero; del quanto e del come egli abbia scandagliato in profondità il mistero della divino – umanità di Cristo e, in essa, il mistero della Trinità. Incastonato nel vangelo come lo è una perla preziosa in un intarsio, il suo prologo (cioè il brano proposto oggi dalla liturgia natalizia) raggiunge il vertice più elevato di tutta la rivelazione del Nuovo Testamento. Il fascino che ne promana è tale per cui, quando pare di averlo afferrato, s’intuisce invece che esso trascende ogni capacità di umana riflessione e quanto più ci si avvicina per contemplarlo e meditarlo, tanto più si è sconcertati dal suo fulgore.

Se, infatti, ci soffermiamo ad analizzare i sostantivi di cui il testo è ricco, notiamo che alcuni suppongono secoli di riflessione filosofica e teologica, mentre altri, di uso comune, sfuggono in gran parte ai nostri tentativi di definirli.

Un termine come “verbo”, traduzione del latino “verbum”, a sua volta traduzione dell’originale greco “logos” sta a indicare numerosi significati, quali: “Parola, pensiero, senso, progetto, orientamento” e altri ancora. E’ una parola sintetica, impossibile da tradurre con un solo termine. Il termine “grazia” indica l’aiuto divino, la sua benevolenza, l’insieme dei suoi doni, ma anch’esso è sintetico di realtà tanto donate quanto inesprimibili.

Veniamo alle parole quotidiane, come “verità, vita e luce”: le utilizziamo disinvoltamente in numerose situazioni, tutti i giorni. Siamo davvero in grado di darne una definizione esaustiva, integrale, completa? Davvero riusciamo ad afferrare la portata di ciò che significhiamo con tali parole? D’altra parte, se procediamo nella lettura del vangelo di Giovanni, scopriamo che Gesù si autodefinirà in una serie di discorsi da esse, quando affermerà di se stesso: “Io sono la luce, Io sono la vita, Io sono la Verità”.

La pienezza di senso, la portata teologica delle affermazioni del prologo giovanneo è talmente straripante da essere incontenibile, talmente eccedente da superare continuamente la nostra capacità di riflessione. Detto ciò, tuttavia, potremmo sentirci scoraggiati da tale sovrabbondanza, oppure trovare facile giustificazione alla nostra pigrizia spirituale. Se, infatti, da una parte Dio è impossibile da sintetizzare in un concetto e dall’altra la nostra stessa quotidianità lascia spazio a parole difficilmente spiegabili, perché darsi la pena di meditare tutto ciò?

Perché, afferma Giovanni nel nostro testo, “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Il che significa che in noi, c’è la predisposizione ad accogliere la vita divina, benché solo da lontano possiamo farcene un’idea. Se dunque le cose più importanti che ci riguardano, come la vita, la verità e la luce fatichiamo ad afferrarle è perché esse (che, lo ripeto, ci riguardano, ci abitano, ci definiscono) sono il nostro punto di contatto con Dio; in esse si vede bene che noi siamo aperti all’infinito, creati per incontrarlo; addirittura abilitati, dice Giovanni, a divenire Suoi figli.

Giovanni, nel prologo, parla del mistero dell’incarnazione come di un matrimonio tra il cielo e la terra, tra Dio e l’uomo. Parla di un evento puntuale e definitivo, dal quale non si può più tornare in dietro, il che vale per noi come per Lui, Dio.

Torniamo però ancora un istante al nostro discorso. Due termini che non sono mai utilizzati nel prologo, ma d’importanza capitale, sono “tempo” e “eternità”. Nel momento in cui Cristo s’incarna, si fa uomo, l’eterno entra nel tempo, perché Dio scende tra noi. Ancora una volta: è impossibile per noi abbracciare il concetto di eternità perché è qualcosa che, di qua dalla morte, non conosciamo apertamente. Per analogia, la immaginiamo come una successione ininterrotta di attimi, per cui la identifichiamo con l’immortalità. D’altra parte, siamo in grado di dare una definizione esaustiva di cosa sia il tempo? Posso sbagliarmi, ma mi pare di no: né dal punto di vista fisico-scientifico, né filosofico. In fondo, non sappiamo neppure se esiste veramente, il tempo. Come sopra, però, si deve considerare il tempo come una realtà non anzitutto sfuggente ma aperta, fatta per accogliere qualcosa di più grande, come appunto è l’Eterno, cioè Dio.

Secondo Giovanni, l’Eternità non è anzitutto una situazione in cui è ormai impossibile morire, perché un’eternità noiosa sarebbe piuttosto una condanna: meglio sparire nel nulla che annoiarsi in eterno! Invece Cristo, Colui il quale in principio era presso Dio, Colui il quale era Dio, ci rivela che Eternità è sinonimo di luce, vita, verità, sviluppate in pienezza.

Di tali realtà, come si è detto, in qualche misura abbiamo nozione, per quanto noi siamo offuscati dal peccato. Tuttavia Cristo è venuto a donarle a quanti credono in Lui in maniera definitiva, piena, sovrabbondante e sin qui sconosciuta. Ecco perché Giovanni insiste nel dire che chi crede ha già la vita eterna: essa può essere donata sin d’ora giacché Cristo è la vita stessa e noi siamo creati in vista di Lui.

La riflessione andrebbe proseguita e approfondita, ma non mi è concesso dai limiti di spazio e di tempo propri di un semplice commento. Desidero perciò terminarla riportandovi in forma d’auspicio la fervente preghiera di Paolo, riportata nella seconda lettura: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi”.

 

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