Seconda Domenica T.O. – anno A

Domenica scorsa riflettevamo sul fatto che ogni realtà tende a manifestare se stessa e come ciò valga anche per Dio. Eravamo sempre in continuità con le liturgie natalizie nelle quali s’insisteva sulla manifestazione della luce divina in Gesù fatto uomo.

La lettura evangelica di oggi (sempre collegata alla scena del battesimo di Gesù), fa risuonare, tra gli altri, due verbi di fondamentale importanza per Giovanni: conoscere e testimoniare. Meditando su di essi il discorso si prolunga in una riflessione forse ovvia, ma a mio avviso non banale.

Infatti, è vero che ogni realtà si manifesta, ma se non arrivo a conoscerla, tale manifestazione è inutile. Se poi, pur essendo io potenzialmente capace di coglierla, nessuno mi guida a comprenderla, nessuno me la indica e me la svela, non arriverò a conoscerla.

Partiamo dal verbo conoscere. In Giovanni, conoscere Cristo è talmente importante da costituire il principio della vita eterna: solo chi lo conosce trova la felicità, la pace, il senso di tutto, la via attraverso la quale giungere alla beatitudine.

Conoscere Cristo significa due cose: anzitutto riconoscere che Egli è il Figlio di Dio, che nella sua umanità si nasconde e si rivela una natura divina, la quale è il segreto della sua persona benedetta. Per Giovanni, però, conoscere equivale ad amare e a credere. L’evangelista non pensa mai a una conoscenza fredda, formale. Questa, anche se ci fosse, sarebbe inutile, non condurrebbe alla vita. Ed ecco il secondo aspetto: può dire di conoscere veramente Dio solo chi crede in lui e lo ama. Dunque l’amore di Dio, pe

r Giovanni è la condizione della fede; ma, attenzione, ne è pure il contenuto: a cosa crediamo noi cristiani se non al fatto che Dio ci ha amati in Cristo e ci ha amati per primo? Si crede nell’amore e si crede all’amore. Ecco cosa significa conoscere e conoscere Cristo, per l’evangelista Giovanni.

Certo, l’uomo questo non può farlo da solo: ha bisogno di un aiuto interiore, che può essergli fornito unicamente dallo Spirito Santo. Questi assiste il discepolo dapprima nel far sì che sorga in lui una fede viva e amante nei riguardi di Gesù Cristo, in seguito nell’alimentare tale fede nel corso degli anni e infine nel sostenerla, soprattutto nel tempo della prova.

E ora veniamo al verbo testimoniare. Poiché Gesù Cristo non è una teoria, ma una persona viva, noi abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo presenti. Siamo passati tutti di lì. Ogni credente può dire di avere un rapporto personale, interiore e intimo con il Signore, può cioè dire di conoscerlo in modo proprio, unico. Però, tale rapporto è sempre maturato in una situazione, in una relazione nella quale altri glielo hanno testimoniato e quindi trasmesso. Ascolto una musica e mi rapisce, guardo un quadro e mi conquista. Certo, sono esperienze personali, nelle quali conosco qualcosa perché mi ha toccato. Tuttavia qualcuno deve avermela suonata la musica, qualcuno deve avermelo dipinto il quadro. O perlomeno, qualcuno deve avermi condotto ad ascoltare e a vedere. Non solo: normalmente ci vuole una lunga iniziazione affinché un’opera d’arte mi parli. Nella fede è lo stesso: ci vuole una guida, un testimone, un educatore. Come poi nella scuola un insegnante non appassionato non comunica nulla agli allievi, così nella fede: un testimone è tale solo se lascia trasparire una fede amante, appassionata (almeno un poco) nei confronti del Signore. Diversamente non desterà interesse e non sarà credibile. Posso sbagliarmi, ma personalmente ritengo che sia più importante il fatto che il testimone sia appassionato, prima che coerente. La coerenza di Giovanni il Battista è stata gigantesca; egli è stato un grandissimo esempio di santo e non mi permetterei mai di sminuirlo. Tuttavia ritengo che testimoniare di credere nell’amore di Dio nonostante l’evidenza della propria miseria e fragilità, anzi proprio quando esse sono più evidenti, sia altrettanto toccante per tanti esseri umani alla ricerca di verità e di pace.

Qualcuno, infine, che abbia letto bene il vangelo obietterà che le mie riflessioni sono sbagliate. In esso si riportano le parole del Battista il quale, da buon testimone indica a tutti Gesù come l’agnello e il Figlio di Dio, ma ribadisce per ben due volte: “Io non lo conoscevo”. Perché? Non è forse suo cugino? Non si erano incontrati la prima volta nel grembo delle rispettive madri, Maria ed Elisabetta? Non si erano forse mai visti in seguito? Lo Spirito Santo non aveva forse illuminato il Battista su chi fosse Gesù? La risposta a tutte le domande è sì. Il Battista, però è come la luna: indica nella notte la presenza di una luce che lo illumina, ma che non viene da lei. E soprattutto quando il sole si manifesta pienamente, lei ormai è tramontata, per lasciare il posto alla luce maggiore. Al momento del battesimo al Giordano, la manifestazione di Gesù non è ancora giunta al culmine (che avverrà con la morte e risurrezione), perciò il Battista dice di non conoscerlo. Lo conosceranno coloro che, tra i suoi discepoli, decideranno di lasciare il loro primo maestro e testimone per seguire piuttosto il Cristo.

Però, in fondo, qui c’è una verità che riguarda ognuno di noi: desideriamo testimoniare Cristo, riconoscerlo davanti agli altri affinché anche loro lo conoscano, ma sappiamo che la nostra conoscenza è imperfetta (come dice altrove San Paolo). Sappiamo di conoscerlo, ma solo in parte; sappiamo di dover camminare e crescere per tutta la vita nella via maestra apertaci dalla fede, la via della conoscenza e della testimonianza di Cristo, vita e speranza nostra. Perciò non è contradditorio dire che lo amiamo, ma non fino in fondo, che lo conosciamo, ma imperfettamente; e neppure è presunzione volerlo testimoniare appassionatamente agli altri: non dobbiamo, infatti, usare i nostri limiti come scusa per tenere lontano il Signore da noi e da loro, perché sappiamo che egli intende manifestarsi a tutti.

 

 

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