Sedicesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Negli ultimi decenni la Chiesa cattolica ha sottolineato con particolare insistenza la realtà del sacerdozio comune di tutti i fedeli, in forza del quale tutti devono sentirsi giustamente partecipi della comune missione di annunciare Cristo al mondo e devono sentirsi parte attiva della Chiesa stessa. Ciò a scapito di una visione che fino al concilio vaticano secondo era predominante, vale a dire quella di una Chiesa principalmente gerarchica nella quale il popolo di Dio era anzitutto chiamato a obbedire alle indicazioni del clero, in posizione un po’ passiva.
Logico pertanto che, negli ultimi decenni, un vangelo come quello di Marta e Maria, abbia creato qualche imbarazzo nell’interpretazione e nei commenti, perché in esso Gesù stabilisce chiaramente che l’atteggiamento contemplativo e di ascolto proprio di Maria sia prioritario rispetto a quello di Marta, tutta intenta a servire l’ospite. E’ infatti evidente, a parer mio, che Marta rispecchi maggiormente la situazione dei laici, mentre Maria quella dei religiosi; il clero forse, a seconda dell’occupazione riservata ai singoli preti e vescovi, oscilla tra l’una e l’altra.
A illustrazione di quanto dico, vi riporto un esempio: ascoltavo recentemente il commento di un peraltro bravo sacerdote, il quale diceva di essere finalmente uscito dall’impasse, dall’imbarazzo che questo vangelo gli creava (l’imbarazzo di cui sopra) in quanto aveva scoperto che quella parola, che in italiano viene tradotta con il termine “migliore” (“Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” dice infatti Gesù a Marta in tono di rimprovero), ebbene quella parola in realtà andrebbe semplicemente resa con “buona”. Dunque Gesù non introdurrebbe una preferenza, almeno a livello terminologico, tra la scelta di Maria e la scelta di Marta. Mi spiace contraddirlo, ma non è così: lo studio delle lingue antiche ci dice che nell’idioma semitico parlato da Cristo la parola “buono”, inserita in un confronto tra due o più elementi, sta a significare “migliore”, “preferibile” a vantaggio di uno di tali elementi. Perciò il problema resta e non può che essere rincarato dalle parole che Gesù rivolge alla solerte sorella la quale, invece di stare ad ascoltarlo, si premura di servirlo: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno”. Lasciatemi dire per inciso che la doppia ripetizione del nome la ritengo sia come un modo per rafforzare il rimprovero, sia come segno di un grande affetto da parte del Signore nei confronti di quella che egli considera una grande amica, come si desume da altri brani evangelici. Tuttavia la questione rimane. Aggiungiamo infine che è pure inequivocabile la frase con cui l’evangelista Luca descrive la scena: “Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta, invece, era distolta per i molti servizi”. Proprio così: “distolta”. La traduzione italiana ufficiale in uso sino al 2008 diceva che Marta era “tutta presa dai molti servizi”. Effettivamente questo è il significato del termine originale in greco: distratta, distolta, assorbita completamente.
Scusate se sono drastico, ma secondo me non bisogna girarci troppo intorno: questo vangelo ha molto da dire soprattutto ai laici. Altre pagine chiamano in causa prioritariamente la gerarchia, altre i religiosi. Tuttavia, pur affermando che le parole di Cristo valgono in diverso modo per tutti, non è forse questo il rischio dei laici? Essere cioè convinti che le nostre occupazioni vengano prima di tutto il resto e  che siano talmente fondamentali da tralasciare anche l’ascolto della parola del Signore? Vogliamo per esempio fare la conta di quante volte ci sentiamo autorizzati a tralasciare la messa domenicale perché abbiamo tante cose irrinunciabili da fare?
A parziale discolpa del mondo laico va detto che esso vive un condizione caratterizzata da molteplici impegni (specie quando bisogna anche badare a una famiglia) a causa dei quali da una parte viene sovente a mancare il tempo per dedicarsi un poco alla meditazione e alla preghiera e dall’altra, anche quando questo tempo si presenta, si è talmente stanchi da rinunciarvi. Spesso poi i laici devono concentrarsi nel soddisfare non solo le esigenze proprie, ma anche le aspettative di moglie, marito, figli e così, diceva San Paolo, il cuore dI coloro che si sposano è “diviso” tra tutte queste cose e il Signore.
Diceva poi ancora Gesù in uno dei suoi discorsi: “State attenti che le preoccupazioni e gli affanni della vita non vi appesantiscano”. E, in effetti, è vero: i tanti problemi che il laico deve affrontare nel mondo costituiscono una pesante forza d’inerzia che lo attrae verso il basso. Dunque, accade che la laica Marta si distolga, sia tutta presa dai molti servizi vuoi a causa della sua situazione esistenziale, vuoi a causa del suo orgoglio che la induce a porre se stessa al centro delle “cose di casa sua”, anziché di posporle a Cristo al fine di orientarle a lui.
La normale condizione della vita laicale induce facilmente a convincersi che tutto dipenda da noi e che pertanto le cose che noi dobbiamo fare vengono sempre prima del Signore. Ma lo vedete bene anche voi cosa accade dal punto di vista del rapporto tra il discepolo laico e il Signore: che il discepolo passa avanti al Maestro e decide lui quale sia la strada giusta da percorrere, la piccola e apparentemente insignificante scelta quotidiana da fare in nome, ovviamente, del bene. Il rimprovero di Gesù arriva idealmente (e forse fu così anche nella realtà dei fatti) come una voce che si leva da dietro le spalle di Marta e la richiama tornare a occupare il proprio posto dietro al Signore. Marta infatti può ben vantare di darsi da fare e con ciò obbedire in concreto allo spirito del Vangelo, ma prima o poi, così facendo, giungerà ad obbedire soltanto a se stessa.

E dunque, come e cosa si può concludere? Io individuo due considerazioni. La prima è di pregare il Signore affinché aiuti ciascuno di noi a convincersi di quanto siano importanti l’ascolto della sua parola e la preghiera. Vi sembrerà un circolo vizioso, ma solo il Signore può convincerci nel profondo; è sua grazia il capire quanto Lui gradisca la nostra compagnia silenziosa e quanto sia per noi necessario metterci in un atteggiamento di permanente ascolto della sua parola. La seconda considerazione è la necessità per i laici di essere umili e di collocarsi maggiormente in una prospettiva ecclesiale: i laici devono imparare ad ascoltare il richiamo silenzioso dei religiosi e delle religiose (i quali hanno dedicato l’intera esistenza all’ascolto della parola del Vangelo) e mantenerne viva tutta la nostalgia; inoltre devono meditare su quanto la gerarchia propone alla loro attenzione, affinché la loro esistenza sia impregnata dal medesimo Vangelo. A loro volta i laici avranno molto da insegnare alle altre due parti, senza dubbio. Ma di questo, a Dio piacendo, ci occuperemo altre volte.

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