Sesta Domenica del T.O. – C

Il luogo è pianeggiante e la folla numerosa. Gesù scende dalla montagna dopo una notte passata in preghiera al termine della quale ha designato gli apostoli, i dodici che lo seguiranno più da vicino in tutta la sua vita pubblica. Il loro primo atto ufficiale è quello di seguirlo mentre scende, mentre va verso la gente bisognosa che lo attende. In questo contesto Luca colloca il discorso delle beatitudini che, a differenza di quanto riportato da Matteo, sono quattro e sono immediatamente seguite da quattro guai, dalla presentazione cioè di quattro situazioni antitetiche rispetto alle beatitudini. Lasciamo agli esperti e agli approfondimenti personali l’analisi delle differenze tra i due evangelisti e per quale motivo il racconto delle beatitudini sia diversamente caratterizzato dall’uno e dall’altro. A noi importa notare che Luca narra di un Gesù il quale vuole affrontare la vita concreta, immediata di coloro che lo ascoltano, una vita fatta di povertà, di bisogni, di profondo senso del limite, fatta di dispiaceri e sofferenze. A costoro Gesù si rivolge direttamente in seconda persona (“voi”) definendoli “beati”, non come presa in giro nei loro confronti e neppure come un invito poco proponibile a essere felici comunque tutto e nonostante tutto. Egli poi non promette neppure il ribaltamento immediato delle loro situazioni, più o meno penose che siano, a seconda dei casi. Tuttavia Gesù li separa immediatamente da quanti ora ridono, ora sono sazi, ora sono ricchi, ora sono onorati da tutti. Li separa con nient’altro se non con il proprio sguardo e con la propria parola, che sono di fatto lo sguardo e la parola del Padre celeste a riguardo degli uomini.
A chi è abituato a ragionare in termini di rivendicazioni sociali e di lotta per i diritti tutto questo parrà molto poco. In effetti, ci accorgiamo subito che tale discorso delle beatitudini non può essere letto anzitutto con chiavi di lettura di tipo sociologico o socio politico. E’ infatti un discorso di tipo religioso e come tale va interpretato, senza escludere che successivamente esso possa essere considerato una presa di posizione da parte di Cristo a difesa e a favore dei poveri e dei sofferenti di questo mondo. I poveri, secondo la Bibbia, sono tutti coloro che non si aspettano più nulla da questo mondo, perché hanno avuto numerose o sufficienti occasioni per fare le spese dell’egoismo o della malvagità altrui. Perciò si rivolgono a Dio e attendono da Lui la risposta al loro dolore che è anzitutto spirituale e poi forse anche materiale. La fame poi, è un’immagine sintetica di tutti quei bisogni umani concreti che rendono le persone (oneste con se stesse) consapevoli dei limiti di questa nostra umana esistenza, ma che, lungi dal cadere in depressione, mantengono lo sguardo alto verso il cielo e il cuore aperto a Dio. E così di seguito per la terza beatitudine. La quarta invece, che direttamente collega i discepoli a Cristo e alle sue sofferenze, ci aiuta ancora meglio a capire quale orizzonte ha in mente Luca mentre riporta le parole del maestro. L’evangelista infatti scrive a una comunità di cristiani che nel frattempo sta sì diventando assai numerosa, ma deve fare i conti da una parte con l’ostilità dell’ebraismo ufficiale, dall’altra con una società (pagana) mentalmente lontana dal vangelo. Ora, quanti hanno creduto in Cristo risorto e sono entrati a far parte della Chiesa, per un motivo o per l’altro si trovano ad essere esclusi dalla società alla quale avevano appartenuto a pieno titolo sino a quel momento. Tale esclusione è motivo di povertà, fame, pianto, persecuzione, in vari modi e sensi. Come non vedervi un riferimento di grande attualità per i cristiani? Non sono oggi forse sempre più spesso incompresi, discriminati e perseguitati per la loro fede e la loro appartenenza? Ora come allora Gesù li invita a non perdersi d’animo perché il senso della storia viene da Lui, non dagli uomini. Giungono qui decisamente a proposito le parole di Paolo ai Corinzi riportate nella seconda lettura: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Perché è chiaro che, al di fuori della fede in Cristo risorto, nulla ha senso, né delle parole di Gesù a riguardo delle beatitudini, né delle fatiche dei cristiani di allora e di sempre, né di qualsiasi commento si possa spendere in merito.

Sì, c’è una vita che forse non è vita, quella dei poveri e degli oppressi (per il vangelo prima e per cause sociali poi), è vero; ma c’è anche una morte che non è morte, nel senso che la persona sopravviverà alla sua morte fisica, di più: risorgerà! E allora, se prima l’ha fatta in barba alla giustizia umana, non sfuggirà dopo a quella divina. La clessidra, che nella vita terrena sembrava svuotarsi da una parte solo a favore di un’altra, verrà infine capovolta e i ruoli invertiti, stavolta però senza limiti di tempo.
Perciò, quanti di noi siamo stati battezzati, pensiamo che lo siamo stati in Cristo morto e risorto e che abbiamo un doppio privilegio: siamo nati alla vita terrena, ma siamo pure già rinati alla vita celeste. Solo se non lo dimentichiamo troveremo la forza di continuare a tendere le nostre vita verso il cielo, come archi incurvati pronti a scoccare la freccia.
Ciò ci permetterà di sopportare meglio molte ingiustizie, ma anche di cominciare a sperimentare qualcosa di quella grazia reale e concreta che appartiene al regno di Dio e che certamente Gesù quel giorno, in quella pianura, ha anticipato ai suoi ascoltatori, guarendo le loro malattie e confortando i loro fragili cuori con la luce radiosa della sua presenza, garantita anche oggi in mezzo a noi.

2 Risposte a “Sesta Domenica del T.O. – C”

  1. Grazie!

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      😊

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