Sesta Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Ecco il Link alla liturgia del giorno

La legge umana, sin dai tempi remoti cerca di tutelare la salute della collettività. La prima lettura, tratta dall’antico libro del Levitico, riporta la rigorosa normativa prevista dal e per il popolo ebraico in caso di lebbra, piaga devastante e terribilmente contagiosa, arginata in maniera significativa solo nella storia recente. Il lebbroso doveva autodenunciarsi dapprima all’autorità e, una volta certificata la sua malattia, doveva ritirarsi a vivere in luoghi appartati, fuori dalle città e continuare ad autodenunciarsi pubblicamente proclamando ad alta voce “Impuro, impuro!” ogni qualvolta incontrasse altre persone lungo la strada.

La legge, dunque, tutelava i sani obbligando i malati a fare e a dire la verità su sé stessi, una verità che non salvava i secondi dal male, ma poteva parzialmente impedire che esso si propagasse ai primi. Tale verità era necessaria, ma anche assai dolorosa, perché mentre obbligava giustamente il malato a dichiarare la propria condizione, nello stesso tempo gli rinfacciava crudamente la sua debolezza, alla quale non solo non forniva soluzioni, ma ben peggio lo relegava in una condizione senza via d’uscita.

Inutile evidenziare quanto ora ci appaia attuale tutta questa dinamica, con l’enorme differenza che la scienza ci ha permesso di fare molti progressi nella cura di malattie gravissime come la lebbra e che i sistemi sociosanitari cercano di accompagnare ogni infermo. E tuttavia rimane quanto mai uguale la logica secondo cui la legge umana è in grado di evidenziare il male, in parte di arginarlo, ma non è mai in grado di risanare sino in fondo la persona, la quale spesso rimane imprigionata nel male in cui è incappata, volente o nolente.

A questo punto veniamo al nostro vangelo e a ciò che Marco racconta a riguardo dell’incontro di Cristo con il lebbroso. Se molto facilmente ci immaginiamo la reazione spaventata e disgustata dei discepoli del maestro alla vista del lebbroso, meno facilmente riusciamo a rappresentarci il loro allarme nell’istante in cui Gesù compie un gesto rivoluzionario e persino apparentemente sovversivo della legge mosaica, il gesto cioè di toccare il lebbroso. Questi, anziché gridare la sua condizione (come la legge gli imponeva), alla vista di Cristo cade in ginocchio ai suoi piedi e lo supplica di guarirlo; e qui abbiamo il primo vero miracolo, cioè la fede. Poi c’è il contatto fisico deciso da Gesù, per comunicare al lebbroso tutto il suo amore. Poi ancora quelle parole in grado di rinnovare ciò che Dio ha creato bene, ma che è stato successivamente corrotto dal male: “lo voglio, sii purificato”. E infine l’ultimo miracolo, o se preferiamo, l’effetto dei miracoli precedenti, vale a dire la guarigione, alla quale seguono come un boato lo stupore e la gioia.

La legge doveva e deve essere emanata per salvare il salvabile, ma solo l’amore può compiere l’opera di rinnovamento dell’essere umano, giacché la legge non possiede e non da la forza per raddrizzare ciò che è storto, sanare ciò che è guasto, portare a compimento ciò che è stato interrotto. Inoltre, anche chi si dedica a guarire i lebbrosi nel corpo e nello spirito è debole e la nostra capacità di donare amore e di perseverarvi è assai limitata. Ci voleva un amore più grande, un amore infinito, un amore a un tempo umano e sovrumano, che nessuno di noi possiede per natura; nessuno che non unisca in sé la natura umana e la natura divina e le prerogative di entrambe. Ci voleva cioè Cristo, Dio fatto uomo, per salvare l’uomo (prigioniero sia della debolezza, sia della legge), per salvarlo con il tocco della sua mano, con la compassione del suo sguardo, nei quali potesse sprigionarsi tutta l’infinita misericordia di Dio per l’umanità sfinita dal peccato e dalle sue conseguenze fisiche, psicologiche, sociali, spirituali e altre ancora.

Ovviamente, tanti elementi distinguono Cristo da un “deus ex machina” o, peggio ancora da un mago; ne sottolineiamo uno, tra gli altri. Chiediamoci: il male fisico e morale che affliggeva il lebbroso dov’è andato? Si è volatilizzato nell’aria come una nuvola di vapore? È svanito nel nulla? Sappiamo dal resto dei vangeli che a ogni miracolo da Lui compiuto, cresceva nei confronti di Gesù Cristo l’ostilità e il risentimento dei capi, sebbene egli cercasse di renderli partecipi dei suoi gesti, come narra Marco riportando il comando di Gesù al lebbroso affinché vada immediatamente dai sacerdoti a far loro costatare l’avvenuta guarigione.

Il male quindi si sposta semplicemente dalle persone risanate a Gesù stesso, si addensa su di Lui come nubi foriere di tempesta, addebita a suo carico ogni parola o opera di bene e si prepara a punirlo per essi, è pronto a scagliarsi su di Lui con tutta la violenza di cui è capace.

Ecco perché non bastava un mago. Ecco perché ci voleva una volontà più grande, capace di diffondere il bene, di riaprire la sorgente del bene divino, ma contemporaneamente di assumere su di sé il contagio del male, di tutto il male del mondo.

Il cenno conclusivo dell’evangelista secondo cui Gesù, dopo la guarigione del lebbroso non poteva più entrare in città a causa della folla e che tutti venivano a Lui in luoghi deserti, è certamente segno di un suo successo presso la gente. E tuttavia, come non accorgersi che egli deve ormai adattarsi a vivere lontano dalla città, come prima invece era costretto a fare soltanto il lebbroso, il quale ora è tornato sereno alla sua casa? E come non ricordare che il Signore sarà giustiziato fuori dalla città santa, crocifisso tra due ladroni?

 

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