Sesta Domenica T.O. – anno A

Come si può camminare o fare qualsiasi cosa senza lo scheletro? Le nostre ossa (che non vediamo, ma che sentiamo al tatto) sono il nostro punto d’appoggio, il nostro riferimento sicuro per conoscere il mondo circostante, affrontarlo e addirittura padroneggiarlo in moltissimi casi. Senza le ossa saremmo appiattiti sul terreno come molluschi; senza di esse non potremmo caricarci nessun peso sulle spalle (cibo, acqua, libri) e neppure potremmo afferrare un oggetto con le nostre mani. Le diamo talmente per scontate che non ci accorgiamo di averle, almeno sino a quando (a causa di traumi o del trascorrere degli anni) esse non ci fanno male.

Per il popolo ebraico i dieci comandamenti erano un po’ come le ossa principali del corpo. A essi poi seguivano tutta una serie di precetti indicati nella stessa Sacra Scrittura, che erano un po’ come le ossa più piccole, ma non meno importanti. Gli uni e gli altri erano utili a dirigere la vita dei credenti, ma servivano soprattutto a mantenerli fedeli al patto che Dio aveva stretto sul Sinai con Mosè, quale rappresentante di tutto il popolo eletto.

Non ci volle molto tempo tuttavia perché il popolo perdesse lo spirito che animava i precetti e gli esperti della legge cominciassero a moltiplicare le interpretazioni e le chiose sulle singole prescrizioni, a tal punto da trasformare ciò che prima era uno scheletro in una gabbia, dalla quale era impossibile uscire. Si pensi semplicemente con quanta rigidità ai tempi di Gesù (ma spesso ancora oggi) i pii ebrei determinavano il numero massimo di passi consentiti in giorno di sabato, giorno peraltro dedicato giustamente al riposo e al culto in sinagoga. Attenzione però: siccome era impossibile vivere in conformità a una casistica tanto complessa e dettagliata, si cercava sempre il modo di edulcorarla o di aggirarla; in tal modo però si perdeva lo spirito iniziale con cui la legge era stata emanata (come si è detto), ma ovviamente, insieme a esso si perdeva tutta quella esigenza di radicalità che era richiesta non tanto dalle singole norme, ma dal fatto che quanti erano chiamati ad applicarle erano il popolo che Dio si era scelto per stringere con esso un’alleanza straordinaria, talmente forte che avrebbe dovuto un giorno illuminare e coinvolgere tutte le genti.

Quando Gesù arrivò trovò certamente tanti israeliti pii e convinti ma ciò che dominava era un’adesione alla legge rigida e soprattutto vissuta più per sentirsi a posto con Dio che per crescere nell’amore (come invece era nelle intenzioni iniziali ai tempi del deserto). Con le parole riportate oggi dalla liturgia e tratte dal vangelo di Matteo Gesù non solo contraddistingue l’altissima vocazione del cristiano (chiamato da Dio a uno stile di vita moralmente superiore a tutti gli altri), ma richiama con forza gli ebrei al motivo e al fine per cui essi avevano ricevuto la legge, cioè amare Dio e amare il prossimo. Gesù (per dirla con l’immagine di cui sopra) ricorda loro che le ossa non servono solo per tenere in piedi il corpo, ma che esse custodiscono anche un segreto, cioè forniscono a tutto il corpo il sangue stesso, che distribuisce la sostanza per vivere a tutte le cellule. Gli ebrei sul Sinai ricevettero tutt’altro che una gabbia e ben più di una semplice stampella: strinsero un patto di sangue con Dio, patto che la legge doveva tutelare e promuovere. Questo ci fa capire perché Gesù dovrà versare il suo sangue sulla croce affinché l’uomo si lasciasse convincere di quanto l’alleanza con Dio obblighi chi crede a una riposta d’amore vera e forte.

Veniamo a noi cristiani. Non siamo immuni, neppure noi, dal rischio di pensare che, una volta adempiuti alcuni precetti, abbiamo fatto il nostro dovere con Dio e perciò siamo a posto. Non siamo immuni dal dimenticare che far parte della Chiesa, cioè del popolo dell’alleanza stipulata da Dio in Cristo, comporta una reale esigenza di radicalità tutti i giorni, che qualche volta è straordinaria nei modi, ma normalmente è banalmente ordinaria. Per quanto facciamo, dunque, non è mai abbastanza a riguardo dell’amore a Dio e al prossimo. Detta così da parte mia, pare la firma di un’autocondanna, perché sembra che non si possa vivere sempre in questa faticosissima tensione. Ma proprio questo è il punto: se amiamo, se davvero amiamo, la legge che Dio ci impone non è gravosa, anzi. Quando si ama, non si sente la fatica, ma si fa tutto volentieri, bene e presto, come insegnano i santi. Le nostre cadute, le nostre debolezze, per quanto gravi e grandi non ci scoraggiano e non ci spaventano. Non le usiamo come scuse per non amare: le ossa possono rompersi, ma possono anche rinsaldarsi e comunque, da esse non cessa di fluire quel sangue capace di beneficare tutto il corpo. Ricordo a me e a voi le efficaci parole di San Giovanni della croce, tra l’altro riportate in un bel ritornello di Taizè: “El alma que anda en amor, ni cansa ni se cansa”. Tradotto: “l’anima che cammina nell’amore, non si affatica e non si stanca”; e, aggiungiamo noi oggi, non cerca scuse per non amare.

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