Settima Domenica del T.O. – Anno A

“Chi possiede dentro di sé l’amore divino, non si stanca e non viene mai meno nel seguire il Signore Dio suo, ma sopporta con animo forte ogni sacrificio e ingiuria e offesa, non augurando affatto il male a nessuno”.

Con parole simili terminavo il commento alle letture di domenica scorsa e riapro oggi con il medesimo tema, solamente che, stavolta, le parole non sono di San Giovanni della Croce, ma di Massimo il Confessore, una delle menti più profonde e penetranti del cristianesimo antico. Oggi, infatti, Cristo schiaccia notevolmente l’acceleratore chiedendo al cristiano di amare a tutto tondo, amici e nemici, con un atteggiamento di dono disinteressato e generoso verso chiunque.

A una lettura superficiale si potrebbe pensare che Gesù inviti i suoi discepoli a lasciare correre di fronte al male, a fare finta che esso non ci sia. Se poi però si va a vedere bene la sua vita, il suo stile nel relazionarsi agli altri, il suo insegnamento di maestro e finanche la sua passione e morte, non c’è traccia di un atteggiamento corrivo a riguardo del peccato, anzi. Gesù si oppone con fermezza a esso. Il discorso che stiamo leggendo in queste domeniche è di una tale altezza ed esigenza morale da allontanare concretamente il sospetto che ognuno sia autorizzato a far quello che vuole, “perché tanto la cosa più importante è il perdono”. L’amore al nemico di cui parla Gesù non elimina la giustizia punitiva nei confronti di chi ha agito male. Quest’ultima anzi è spesso una medicina amara ma necessaria, affinché il colpevole si redima; un po’ come accadde a quel giovane che, per sfrenata bramosia, uccise Santa Maria Goretti e che poi, nel corso di lunghi anni di carcere si convertì alla fede. Egli tuttavia si convertì anche grazie al fatto che la vittima lo perdonò apertamente prima di morire, dichiarando di volerlo con sé in paradiso.

L’atteggiamento cui Gesù chiama ogni cristiano è dunque anzitutto interiore e successivamente esteriore, nasce da una sorgente di carità che zampilla da lui e in lui. Ma è chiaro che solo chi ha scavato in lui tale sorgente, cioè Dio, può rendere capace il cristiano di vivere come Dio chiede. Nessun cristiano il quale non sia continuamente unito a Dio nell’animo è in grado di corrispondere con l’amore al nemico o con la preghiera al persecutore. D’altra parte, il su citato San Massimo (il quale dovette subire pesanti torture fisiche per la sua fede) insegnava che per far sì che nascesse in un uomo il perdono verso il suo nemico, quell’uomo doveva fare un passo interiore, cioè decidersi a pregare per il persecutore. La preghiera avrebbe fatto maturare nel cristiano pace e perdono. Evidentemente parlava per esperienza personale.

Questa domenica, forse maggiormente che nella scorsa, emerge ancora una volta quanto l’essere cristiani comporti una morale assolutamente superiore a tutte le altre. Prendiamo ad esempio l’idea della non violenza tipica della tradizione induista, cui Gandhi fa riferimento e grazie alla quale guidò il suo popolo a una liberazione pacifica dalla dominazione britannica. Si tratta di una tradizione spirituale antica e altissima, così come di una pagina di storia moderna illuminante nella quale si vede come la resistenza passiva al male, alla lunga la vince su di esso.

Resta vero però che, la scelta di amare attivamente chi ci fa del male, di perdonarlo, di farsi carico del male e del peccato, testimoniata e operata da Cristo (perché solo così il mondo può essere salvato), è una scelta eminentemente evangelica, cristiana. E’, come dice Gesù stesso nel vangelo di Giovanni, un comandamento nuovo. Un comandamento nuovo per uomini nuovi, quali i cristiani sono divenuti con il battesimo e la confermazione.

Certo, resta un dubbio per il credente sottoposto a persecuzioni di vario genere, quello di chiedersi cioè in che modo la sua scelta di perdonare e amare nonostante tutto possa mai essere quella giusta. Resta il dubbio di vivere da perdenti, di non contare nulla; anzi, di soffrire inutilmente quanto e più di tanti altri.

Ispirandomi all’immagine dell’arazzo (idea non mia), provo a dare una risposta. Pochi giorni fa, infatti, seguivo al TG un servizio su una mostra che si conclude proprio oggi, 23 febbraio, in Vaticano. Ebbene, intorno al 1515, papa Leone X commissionò a Raffaello il disegno di una serie di arazzi da appendere nella parte bassa della Cappella Sistina, a completamento dei cicli pittorici eseguiti da Michelangelo (e dai più grandi maestri italiani dell’epoca) nelle pareti sovrastanti. Gli arazzi (mirabilmente intessuti a Bruxelles nella bottega di uno dei maggiori arazzieri di quel tempo), sono solitamente conservati nella Pinacoteca Vaticana, ma proprio in questi giorni sono stati eccezionalmente esposti nella loro posizione originaria, all’interno della Sistina. Nel corso del servizio televisivo di presentazione, la responsabile esprimeva tutto il suo entusiasmo in proposito e, provocata dall’intervistatore, concludeva: “Spero di poter fare prima o poi un’esposizione all’incontrario di questi arazzi, perché vi assicuro che la parte posteriore, con tutto il suo straordinario intreccio di fili, è ancora più affascinante di quella anteriore!”.

Imparare a vedere la progressiva e mirabile tessitura dell’arazzo anche dall’altra parte potrebbe essere un grazia utile da chiedere, per chi vuole decidersi ad amare come Cristo e in Cristo.

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