Settima domenica del T.O. – C

“Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo” afferma la seconda lettura.
Partiamo dal basso, dalla terra: noi esseri umani siamo capaci di amare e tutti noi amiamo o qualcuno o qualcosa come noi e forse anche più di noi: a seconda delle nostra scelte saranno mogli, mariti, figli, genitori, amici, parenti, oppure ideali di vita, oppure ancora case, proprietà, ricchezze, denaro. Sì, possiamo amare e lo facciamo per natura, quasi senza sforzo, perché sempre leghiamo la nostra esistenza a qualcos’altro che amiamo. Tuttavia è esperienza di ciascuno di noi il fatto di non essere il principio primo dell’amore, perché ognuno ha bisogno di essere amato da qualcun altro, il che è vero per l’infanzia, ma lo resta anche nel prosieguo della vita, pena l’infelicità o l’auto chiusura nel proprio egoismo e nella ricerca della soddisfazione dei propri interessi. Dunque, abbiamo bisogno che qualcun altro ci rifornisca d’amore, per essere e divenire veramente umani.

Partiamo dall’alto, dal cielo: è possibile che ci sia Qualcuno al di sopra di noi? E che Questi sia l’origine dell’amore? E che questo Qualcuno sia diverso da noi nel modo di amare? Noi cristiani rispondiamo “sì” a tutte e tre le domande, illuminati dal Vangelo, dal quale sappiamo che Cristo ci ha testimoniato concretamente l’esistenza di un Dio che è Padre, che è gratuitamente “benevolo” e “misericordioso” verso tutti, che è perdono e bontà all’infinito. Cristo, uomo come noi, è infatti anche Figlio di Dio e in lui si è reso visibile questo amore sconvolgente e inaudito, generoso all’inverosimile, capace perfino di perdonare i propri nemici.
Ora, il vangelo di oggi ci pone dei seri problemi, perché, siamo sinceri, già è difficile convertirsi a questo Dio, aprire il cuore al Crocifisso, accettare che il suo modo di vivere e di vedere sia diverso dal nostro (ma, va bene, perché in tal modo possiamo tutti abbeverarci a questa fonte, della quale tutti abbiamo bisogno). Qui però Cristo ci chiede di fare nostro il modo di vivere, di vedere e di pensare proprio non solo di Lui, che è il Figlio di Dio, ma addirittura di Dio Padre. Un modo caratterizzato dall’amore sempre e comunque, anche e addirittura verso i nemici, verso coloro che ci hanno fatto del male: gli esempi e le immagini che Gesù utilizza in questo discorso sono tanto celebri quanto spiazzanti, come il famoso “porgi l’altra guancia”. All’esortazione evangelica egli certo collega la promessa di una ricompensa futura, un premio, “una buona misura, pigiata, scossa e traboccante“, proporzionata alla misura in cui saremo stati generosi, non giudicanti, misericordiosi.
Parliamoci chiaro: da soli per noi è impossibile vivere così. Senza l’aiuto di Dio, senza il soccorso della sua grazia non possiamo anzitutto capire il senso di queste parole, non possiamo guardare la nostra personale esistenza e quella degli altri con uno sguardo simile a quello divino, misericordioso e aperto al futuro, soprattutto al futuro dopo la morte. Senza l’aiuto di Dio non possiamo accettarle e farle nostre dopo averle capite con la nostra povera mente. Senza l’aiuto di Dio non abbiamo la forza di amare chi non se lo merita perché ci sta facendo del male. Ma l’aiuto di Dio c’è, è presente sempre e noi possiamo invocarlo. Senza dimenticare che noi siamo potenzialmente capaci di questo amore più grande, non perché ne siamo la sorgente, ma perché Dio ci ha fatti così: creandoci, dice il libro della Genesi, ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, e poiché Dio è amore (come dice San Giovanni nella sua prima lettera) noi siamo fatti per amare ed essere amati. Noi non possiamo essere come Lui, ma Lui può e vuole renderci come Lui: Gesù ci offre la possibilità di vivere ad un livello molto più alto, quello divino; di realizzare la nostra natura umana al di là di ogni umana aspettativa. L’amore al nemico ne è l’esempio più difficile, ma anche più alto.

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