Settimana Santa

La domenica delle palme ha un sapore di festa che anticipa la Pasqua: basta vedere come la gente esce contenta dalle chiese con i rametti d’ulivo, da collocare nelle proprie case, come segno e auspicio di benedizione da parte di Dio. La lunga quaresima va terminando e si aprono i riti più belli e più importanti della cristianità, culminanti nel triduo pasquale.
Tuttavia la Chiesa nella sua secolare esperienza, ha ritenuto che fosse necessario, proprio nella domenica delle palme leggere due vangeli: quello dell’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme e quello  contenente il lungo racconto della passione e morte del Signore. Molti, infatti, il venerdì santo non possono essere presenti alla liturgia della Passione e così la Chiesa viene incontro a tutti, affinché ciascuno possa meditare, almeno una volta all’anno, quei misteri fondamentali da cui si sprigionano per noi credenti il pentimento e la consolazione del perdono.

Recita un’antica omelia in occasione della festa delle Palme, di S. Andrea di Creta: “Cristo entra nell’ombra della nostra infinita bassezza per sollevarci e ricondurci a sé”.
Con una pennellata poetica di rara profondità, questo santo vescovo aiuta i suoi fedeli ad assumere lo spirito giusto per entrare nella settimana santa, aiutandoli a capovolgere la prospettiva, e cioè che non sono loro ad entrare, bensì è Cristo, il quale sceglie di spingersi sino in fondo nella bassezza umana, laddove non c’è più luce, non ci sono più prospettive, non c’è più futuro per mutare radicalmente la sorte dei suoi fratelli, come quando operava miracoli e guarigioni prendendo per mano i malati, oppure rivolgendo loro uno sguardo pieno di amore.
Dobbiamo accettare il fatto che siamo nell’ombra, dobbiamo accettare il fatto che siamo infimi e, cosa più difficile ancora, dobbiamo accettare il fatto che Egli ci accetti per quello che siamo, che Egli non si vergogni di noi, che Egli non senta il bisogno di tapparsi il naso quando viene a toglierci dal fango nel quale siamo finiti per colpa nostra. Dobbiamo permettergli di venire a visitarci nella nostra ambiguità, in forza della quale, con una mano agitiamo i rami d’ulivo che lo osannano e con l’altra brandiamo la lancia che gli trafiggerà il costato: dobbiamo proprio lasciarlo entrare lì, in quella piega oscura della nostra anima, così difficile da riconoscere e da ammettere! Dobbiamo lasciare che il Signore ci lavi i piedi, che si chini su di noi, amorevolmente, dobbiamo lasciare che egli, cinto di un grembiule, coronato di spine, caricato della croce, nudo e sanguinante, evangelizzi la nostra innata paura di Dio. Nulla di meglio possiamo fare, per noi stessi e per gli altri, se non lasciarci amare, perdonare, abbracciare, prendere sulle spalle e riportare a  casa dal Figlio di Dio.

A questo punto (e solo a questo punto) ci troviamo talmente uniti a Lui, talmente commossi da Lui, talmente confortati da Lui che possiamo fare come Lui e cioè offrire noi stessi con Lui al Padre come sacrificio, sì, ma sacrificio di lode e di ringraziamento. Certo, perché la cruento e infame condanna al patibolo della croce è vissuta da Cristo come l’offerta di se stesso al Padre per amore suo e per amore nostro. E’ amore, nient’altro che amore. Perciò è lode, perciò è ringraziamento, perciò è perdono, vita, grazia. Cristiano, non pensare che quando finalmente il sacrificio di Cristo ti ha trafitto il cuore vincendone la durezza, la Sua grazia abbia concluso in te la Sua opera: Egli ti vuole unire al Suo sacrificio, vuole fare di te un sacrificio gradito al Padre, come Lui e con Lui, ma un sacrificio gioioso, lieto e continuo, nel quale la tua incoerenza non è più un alibi per startene tranquillo in disparte, ma è l’occasione per ricominciare ogni volta, ogni giorno, sino all’ultimo respiro.
Sì, è vero: tutto questo, inevitabilmente, ogni discepolo lo comprende solo la domenica di risurrezione, quando constata che la “grande pietra” posta davanti al sepolcro è stata misteriosamente ribaltata da qualcuno e quando il Risorto gli si farà incontro per rivelargli la Sua presenza e la Sua vittoria sul male e sulla morte. Ma proprio per questo ogni anno la liturgia ci fa celebrare questi misteri, per aiutarci a riconoscere che in essi sta la chiave della nostra esistenza, che i fatti accaduti duemila anni fa a Gerusalemme sono più vivi che mai, che il Risorto ce ne fa partecipi, obbligandoci sia a identificarci nella bassezza dei discepoli e di tutte le altre figure coinvolte, sia a riceverli come il più grande dono della nostra vita.

 

3 Risposte a “Settimana Santa”

  1. Anna Liguori dice: Rispondi

    Un grazie per avermi aiutato ad entrare nella passione di Cristo.

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Ne sono onorato

  2. Nuccia Comoglio dice: Rispondi

    Grazie per la riflessione che mi ha aiutata a cogliere il senso del sacrificio gioioso che ci avvicina alla grazia donata dal Signore.

Lascia un commento