SOLENNITA’ DELL’EPIFANIA

Quanti uomini di scienza affermano di avere vissuto nel corso delle loro ricerche scientifiche momenti di meraviglia, grazie ai quali ciò che andavano scoprendo nutriva la loro fede. Quanti tra loro, sono stati guidati dalla fede nell’indagare, con metodo scientifico, i misteri della natura. A fronte di costoro, però, molti colleghi si affrettano a dichiarare che non vi è nessun collegamento tra scienza e fede, sia perché la seconda non c’entra con la ragione, sia perché conseguentemente (a detta loro) essere veri uomini di scienza implica l’essere atei.

L’osservazione delle immagini dei telescopi che scrutano le galassie e gli spazi siderali, oppure quelle dei più moderni microscopi, che mostrano la conformazione del DNA umano o delle nano particelle poste alla base della materia esistente, desta anche nei profani grande stupore, insieme a un senso di bellezza e di mistero. Tuttavia subito vi è chi getta acqua sul fuoco, affermando che è fuorviante parlare di mistero e che la bellezza è pur sempre soggettiva: a chi piace una cosa, a chi un’altra.

Si tratta di due esempi di come la cultura sviluppatasi negli ultimi secoli, si è da se stessa volutamente preclusa la possibilità di leggere tra le righe sia del micro sia del macro cosmo la firma e l’impronta di un’intelligenza infinitamente superiore, da cui tutto è scaturito in base a un progetto raffinatissimo. Anche il cristiano rischia di essere profondamente contagiato da tale modo di pensare e di ritenere che ciò in cui crede non abbia nulla a che fare con la ragione, ma che, anzi, su tanti aspetti religione e scienza, fede e ragione siano incompatibili.

In tal modo, il credente spesso se ne sta lontano dai discorsi nei quali troneggia e trionfa la cosiddetta razionalità moderna e conserva la fede per sé, come dentro a un astuccio, dal quale la estrae nei momenti di devozione personale, nel silenzio di una chiesa.

Eppure non è sempre stato così. Nel mondo antico nessuno avrebbe mai contrapposto la ricerca del divino con i calcoli matematici, geometrici o astronomici. Anzi, era proprio di quel mondo mantenere uniti entrambi gli aspetti, come attestano monumenti quali le piramidi, i templi greci, le chiese romaniche, le cattedrali gotiche. Era, infatti un mondo antico, sì; diverso dal nostro, sì; ma non arretrato, come noi siamo spesso indotti a valutarlo. Di tale mentalità è pure impregnata tutta la Bibbia e, in particolare oggi, il vangelo di Matteo: questi racconta l’Epifania quale punto d’incontro della ricerca razionale (rappresentata dai magi) e della secolare riflessione religiosa del popolo ebraico (rappresentata dagli scribi di Gerusalemme). I magi hanno scrutato a lungo il cielo sinché lo studio di un astro, di una cometa, li ha guidati a conoscere il Salvatore, mentre gli scribi hanno lungamente meditato sulle Sacre Scritture e, grazie a esse, sanno il luogo nel quale nascerà il Messia. Nel mistero dell’Epifania le due vie s’incontrano e s’illuminano a vicenda, ciò grazie a Cristo e alla verità che risplende da Lui e in Lui. I pensatori medievali desideravano investigare la realtà mediante la ragione per meglio credere e credere per meglio ragionare. Per loro, infatti, Cristo era la base e il vertice del volo che poteva essere spiccato e compiuto dalla fede e dalla ragione, unite tra loro come due ali.

L’Epifania, c’insegna che vi è nel cosmo un mistero di gloria e di luce, in certa misura accessibile alla nostra ragione, in forza del quale possiamo ammettere la presenza di tali e tanti indizi dell’esistenza di un creatore, da rendere assai difficile il negarlo. Tale gloria lampeggia alla scienza come scoperta di precisione, bellezza e progettualità nel mondo creato. La medesima gloria risplende nell’esperienza religiosa del popolo d’Israele, il cui Dio ha infuso la sua sapienza nelle Sacre Scritture: in esse il credente può ascoltare ciò che Dio vuole rivelargli. Sino al punto che tale parola, in Cristo, si fa carne. Allora, la gloria infinita del Creatore, tra tutte le creature, brilla in una di esse secondo una grandezza irripetibile: Cristo, Re della Gloria, Sapienza e Potenza di Dio per chiunque crede, come sintetizza San Paolo.

Sì, per chi crede. Perché anche nella visione gloriosa dell’Epifania c’è spazio per la libertà di quanti scelgono (come gli abitanti di Gerusalemme) di non partecipare alla ricerca compiuta dai magi. Come, infatti, la gloria di Dio è contemporaneamente visibile e nascosta nelle meraviglie del cosmo, allo stesso modo lo è nella vita di Cristo. In Lui la gloria divina brilla sempre sotto forma dell’incontrario: in un neonato prima, in un uomo come tanti altri dopo, in un povero crocifisso poi, in un risorto apparso solo ad alcuni, infine. E’ lo stile con cui la gloria di Dio si manifesta a noi in questa vita. A volte può sembrarci persino timido, questo Dio. Tuttavia non dobbiamo dubitare né della sua volontà di manifestarsi a tutti i popoli, né della sua capacità di farlo.

Una cosa, tuttavia, possiamo cominciare a farla: prendere le distanze da quella arrogante e presuntuosa chiusura a Dio di molta parte della cultura attuale e smettere di pensare che essa sia superiore alla nostra fede solo perché molti dei cosiddetti sapienti di questo mondo la sbandierano con tanta sicumera su libri, giornali, televisioni e internet.

Posso in proposito sbagliarmi, ma mi sembra che gli atei stiano lentamente passando di moda, perché alla fin fine è più complicato sostenere che l’universo esista per caso, piuttosto che riconoscervi l’impronta di un misterioso creatore.

Badiamo bene, però: essi stanno velocemente lasciando il posto a una posizione ancora più insidiosa; quella cioè di quanti pensano che un ente superiore esista, ma che l’uomo possa raggiungerlo e addirittura gestirlo con le sue forze, ovviamente liberandosi dai vincoli della materia opaca che ci contraddistingue. A costoro, i cristiani del futuro dovranno ricordare che il cosmo, con la sua materia, è bello e buono; ma soprattutto, che Gesù Cristo si è fatto uomo e si è manifestato come Dio gicché diversamente nessun uomo sarebbe mai riuscito da solo a raggiungere Dio, pur potendo riconoscere e contemplare nel creato i bagliori della sua immensa gloria.

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