Solennità dell’Immacolata – anno 2020

Qui il link alla liturgia dell’Immacolata

“L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi”: così si conclude la prima lettura tratta dal libro della Genesi. Eva in ebraico è nome avente a che fare con il termine “vita” ed è perciò comprensibile che Adamo chiami in tal modo colei che gli darà una discendenza.

In proposito, il capitolo primo del libro della Genesi narra della creazione del mondo e dell’uomo seguendo una tradizione diversa da quella riportata nel racconto di oggi. Là Dio creava a sua immagine e somiglianza il maschio e la femmina e li benediceva affinché fossero fecondi e si moltiplicassero sulla terra. Tutto era positivo, aperto e sinfonico.

Il capitolo terzo invece, dopo aver narrato la creazione di Eva dalla costola di Adamo, dopo aver raccontato la tentazione del serpente e la relativa caduta nel peccato, dice che le cose cambiano. Cosicché a Eva Dio si rivolge con queste parole: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli”. La vita ormai è mescolata alla morte, la gioia al dolore e la promessa di un figlio al pericolo di perderlo. Subito dopo infatti, al capitolo 4, il primo omicidio narrato nella Bibbia vede protagonisti due fratelli di nome Caino e Abele, figli di Adamo ed Eva. L’odio e l’invidia (e dunque la morte spirituale) s’impadroniscono del cuore di Caino e lo spingono all’assassinio di uno che, come lui, era nato da Eva, la madre di tutti i viventi.

Stando al primo racconto della creazione, la nascita di un figlio è un dono del cielo; stando invece al secondo, la ricerca di una discendenza appare come una conseguenza del peccato.

In che senso? Nel senso che il peccato (realtà interiore atavica e attuale che mina il cuore dell’uomo) conduce alla morte, sia spirituale che fisica; allora ad Adamo e a Eva pare che l’unico modo per sfuggire parzialmente alla morte sia continuare a vivere in una discendenza. Ma la loro speranza si rivela subito traballante e vana, perché anche la loro discendenza è segnata dal peccato e si dà la morte da sé stessa. E anche laddove essa si mantiene in certa misura lontana dal male antico, è costretta a pagarne le conseguenze suo malgrado, perché la violenza si abbatte inclemente sull’innocente Abele e lo trascina nelle spire della morte.

Perché allora mettere al mondo dei figli se ciò significa esporli al pericolo del male e (comunque vada), a morte certa, prima o poi? Che senso ha tutta questa lunga storia di umane generazioni, da Eva, madre di tutti i viventi, in avanti giacché nessuno dei nostri avi, figli e discendenti salva né sé stesso, né noi?

Gli antichi greci tentarono di rispondere con i miti dei semidei, come Apollo e Ercole, i quali erano dotati di poteri speciali grazie ai quali intervenivano in favore del popolo. Ogni cultura ha immaginato i suoi, anche quella moderna con i suoi vari supereroi, versione secolarizzata (cioè sganciata da una visione religiosa) dei miti antichi.

Oggi, festa dell’Immacolata Concezione, noi cattolici ricordiamo che Dio non è rimasto alla finestra a guardare, ma che è intervenuto, sebbene seguendo modalità e criteri abissalmente diversi da tutti quelli che noi esseri umani siamo stati capaci d’immaginare in tutte le varie forme culturali e religiose con cui la nostra creatività si è espressa.

Egli si è preparato uno spazio anzitutto spirituale (giacché Egli è puro spirito) nel cuore di una donna, figlia e donna d’Israele, di nome Maria. Ella, totalmente intatta dal male e immersa nel bene, era finalmente la nuova Eva, la nuova madre di tutti i viventi, di quanti cioè sarebbero stati viventi veramente e per sempre. Non una donna dotata di super poteri, ma una donna pienamente redenta, cioè rinnovata in tutto e per tutto da quella grazia che suo Figlio le avrebbe meritato un giorno morendo sulla croce.

Nell’ineffabile disegno divino, in quel terribile istante, suo Figlio sarebbe morto anche per lei e lei sarebbe interiormente morta con Lui. Lei, vergine madre (che forse non conobbe i dolori del parto fisico), avrebbe poi sopportato i dolori di un lungo e travagliatissimo parto, di un vero e proprio martirio spirituale, iniziato con suo Figlio sulla croce e terminante solo alla fine della storia, quando tutti i fratelli di suo Figlio saranno entrati in cielo con Lui. Tutti figli di Maria e tutti figli del Padre.

La benedizione di Dio al maschio e alla femmina raccontata all’inizio della Genesi, dopo il peccato corre come fiume sotterraneo alla storia umana, per affiorare silenziosamente nell’esistenza della nuova Eva e, grazie all’obbedienza di lei, riprendere gioiosamente il suo corso alimentato dalle gonfie acque della grazia divina. L’antica Eva aveva condannato sé stessa e la sua discendenza a una vita mortale. La nuova Eva, madre immacolata del Risorto e Regina del Cielo, ci apre le cateratte di una vita senza più fine e mentre gode la gioia celeste ineffabile sopporta per ciascuno di noi i dolori di un vero parto spirituale.

A lei vada la nostra devota e accorata supplica:

“Oh Agnella innocente e senza macchia, madre sempre Vergine Maria, non temere di soffrire le doglie del parto affinché noi pure siamo rigenerati e accolti dal Padre celeste come figli nel Figlio!”.

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