SOLENNITA’ DI CRISTO RE DELL’UINVERSO – ANNO C

Quando il 9 novembre 1989 crollò il muro di Berlino tutta l’Europa fu percorsa da un’euforia senza pari. Dopo 72 anni di duro regime comunista, dopo milioni di morti, dopo anni di guerra fredda tra est e ovest, improvvisamente, silenziosamente, pacificamente, in una sola notte crollò uno dei maggiori simboli della storia del novecento. Vi fu inoltre un miracolo nel miracolo: non solo l’abbattimento di un muro per opera di quella gente che ne era stata imprigionata per decenni, ma ancor più un abbattimento incruento, senza spargimenti di sangue.
Eppure, a ben guardare, lo stupore che pervase tutti in quei giorni, aveva radici assai umili. Tra i tanti che in quegli anni resistettero a lungo e che pregarono e si sacrificarono in nome della fede in Cristo, vi fu un giovane operaio polacco, orfano di entrambi i genitori, che nell’oscuro periodo della seconda guerra mondiale decise di intraprendere la via del sacerdozio, poi inaspettatamente nominato vescovo e infine divenne papa: Giovanni Paolo secondo. I gerarchi sovietici dell’epoca capirono subito che si trattava per loro di un duro colpo; ma ciò che conta qui per me, è far notare come il risultato di cui sopra fu il frutto di un lavoro paziente, umile e silenzioso della sapiente grazia di Dio.

Nel capitolo 17 del suo vangelo, Luca riporta le seguenti parole di Gesù: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». E’ cosa normale, dunque, il fatto che la maggioranza non si accorga di come e quanto Dio sia all’opera nella storia. E’ cosa normale che neppure i discepoli spesso se ne accorgano, giacché lo stile di Dio è insieme umilissimo e sbalorditivo. Tuttavia Dio agisce; Dio non abbandona mai l’uomo al suo destino e non v’è situazione nella quale egli non trovi il modo di farsi vicino all’uomo, sebbene questi, con le sue libere scelte, si sia da sé medesimo imprigionato nel suo peccato. Perfino là dove divampa il fuoco dell’odio, Dio trova uno spazio tra le fiamme per farsi accanto a chi dell’odio è oggetto. Lo vediamo chiaramente nel vangelo odierno, in cui Luca ci narra dell’ultimo incontro fatto da Cristo prima di morire, quello cioè con il cosiddetto buon ladrone. Il dialogo tra di loro, la supplica fatta dal ladrone e la risposta a lui data da Gesù ci lasciano vedere e capire che il regno di Dio è sommamente presente sul patibolo della croce, laddove perfino i più pii, i più religiosi (parliamo del popolo e dei suoi capi) non vedono altro che la soddisfazione di un’umana giustizia, il compimento di un modo tutto umano d’intendere il trionfo della verità, laddove invece, regnano l’odio, la vendetta e l’invidia.

Chiudiamo così l’anno dedicato al vangelo di Luca, non senza ribadire ancora che l’autore ha cercato di far comprendere in tutto il suo vangelo come e quanto Gesù si ponga a fianco delle persone e, spalancando loro una nuova visione della realtà, produca un effettivo e concreto cambiamento nel loro modo di vivere. Sembra sempre che siano loro ad aprire la porta della loro casa o del loro cuore (ed è vero), ma è anzitutto Cristo a spalancare loro la porta del suo regno. Il suo è regno di pace, giustizia, gioia: tutti coloro di cui Luca ci ha narrato la storia, ricevono questa medesima corona. Pensiamo al buon ladrone, ai discepoli di Emmaus, a Zaccheo, a Maria sorella di Marta, al figliol prodigo, al pubblicano nel tempio, indietro fino ai pastori di Betlemme. Crollano i muri, si aprono le porte dei cuori, cambiano le vite perché una grazia silenziosa agisce ovunque Cristo arrivi. Il regno di Dio si fa costantemente presente in mezzo agli uomini e lo è tanto più, quanto meno sembrano adatte le circostanze (come, appunto sulla croce).

Ovunque vi sia pace vera e profonda, ovunque si gusti per fede un sapore di eternità nella transitoria condizione di questo mondo, lì è arrivato il regno di Dio.

Sì, Gesù è davvero il re dei Giudei, cioè il Re e Signore di quel regno pronto per quanti sono disposti ad accoglierlo e a seguirlo nell’umile e ordinaria condizione quotidiana; per quanti non vogliono lasciarsi rinchiudere dalle conseguenze del loro peccato, ma gridano a lui con tutto il cuore; per quanti nel dolore della malattia non vogliono considerarsi solamente dei condannati al patibolo, ma sanno riconoscere accanto a loro la presenza del Servo sofferente di Dio, Gesù Cristo, Signore della storia.

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