Solennità di Pentecoste – Anno B

Che festa sarebbe senza allegria, che testimonianza sarebbe senza convinzione, che comunità senza amore, che impegno senza forza? Una volta l’anno la liturgia ci obbliga a celebrare Colui che è l’allegria, la convinzione, l’amore, la forza, Colui che è la sorgente della vita per noi. Se Cristo è Buon Pastore, Lui ne è il richiamo; se Cristo è vite Lui è ne la linfa; se Cristo è l’Amico, Lui ne è l’amicizia stessa: è lo Spirito Santo.
Dio Padre ama Cristo e Cristo riama il Padre. Ebbene, lo Spirito è questo amore. Voce del verbo essere, dunque esistente, reale, vero. Ma siccome è l’amore in Dio e di Dio, è anche divino e perciò eterno. Il terzo dei Tre, apparentemente nascosto, ma sempre in azione; apparentemente accessorio, ma in realtà sostanziale; apparentemente meno importante, ma in verità fondamentale: è l’Amore, così come Cristo ce lo ha dapprima rivelato e poi consegnato. Noi oggi lo celebriamo, lo invochiamo, lo onoriamo e lo riamiamo. Non dall’esterno, perché ci è stato infuso con il battesimo e i nostri corpi sono Suo tempio; non da sudditi, perché Lui ci rende figli di Dio; non da semplici comparse, ma da attori protagonisti, perché Egli ci guida nella storia e ci introduce nell’abbraccio eterno.
Dovunque siano presenti amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé Egli sta operando visibilmente, perché lì è stato accolto, amato, seguito, ascoltato. Quale popolo non comprende questa novità e non ne rimane affascinato? Perciò la prima lettura ci dice che tutti gli stranieri presenti a Gerusalemme per la festa di Pentecoste sentivano gli apostoli parlare nella loro lingua e li capivano. Per questo i veri cristiani (si vedano i santi), sono le persone più amate anche dai non credenti, più affascinanti per tutti, perchè rese veramente umane dall’azione dello Spirito Santo. Non si può essere veramente umani senza lo Spirito di Dio; e se per caso quell’uomo in cui Egli abita è odiato, è anzitutto perché il mondo ha deciso di chiudersi all’azione di Dio e non ne sopporta la luce, atteggiamento che San Paolo, nella seconda lettura, chiama “carne”.
E infine, come dimenticare la definizione così cristallina e tenera che ne da Gesù? Lo chiama il “Paraclito”, cioè contemporaneamente l’avvocato difensore e il consolatore: ci guida alla verità, ma se ci osteggiano Egli ci consola. Ci guida alla verità, ma se ci perdiamo sbagliandoci egli ci soccorre. Ci guida alla verità, perchè non c’è niente di più consolante che l’aver fatto luce sulle cose, sulla vita, niente di più consolante della verità. E se la prima grande verità è che Dio ci ha tanto amato da darci il suo Figlio, la seconda è che il Figlio ci ha dato l’Amore che lo unisce al Padre.

Come possiamo ricordarci di ciò? Come possiamo non perderlo mai di vista? Come attingere a questa inesauribile fonte di consolazione personale e non solo personale? Penso che sarebbe già molto farsi bene il segno della croce, ripetendolo più volte nella giornata, perché a me pare che quando coinvolgiamo anche il nostro corpo nella vita spirituale, l’anima ne resti più segnata e l’azione dello Spirito più efficace.
Il Signore ti benedica.

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