SS. Corpo e Sangue di Cristo – anno B

Fu un sacrificio cruento e terribile quello di Cristo sulla croce, egli fu veramente massacrato e il suo sangue sgorgò a fiotti dalle sue innumerevoli ferite ed escoriazioni. Il telo della Sindone (che lo riteniamo il lenzuolo che ha avvolto Gesù o meno) contiene talmente tante analogie con il racconto dei vangeli da farci rabbrividire nel constatare i dolori di quel condannato. Se non fosse stato necessario non lo avrebbe fatto, ma evidentemente lo era, per delle ragioni sondabili solo in parte. Una cosa è certa: quel sacrificio fu totale, estremo, definitivo, pieno. In una parola: perfetto; perché compiuto con totale obbedienza al Padre e totale amore ai fratelli. A tal punto che i cristiani scorgono in quel dolore il segno di una delicata bellezza e di una grande dolcezza.

Ma attraverso quale via noi cristiani giungiamo da lì, dal Golgota, al sacramento dell’Eucaristia, nel quale si rende presente, accessibile, quel sacrificio, che ci supera da ogni parte, in quanto è contemporaneamente immane ed immenso?
Ebbene, il Risorto può farlo, può condividere tutto ciò con noi, perché egli ha ormai superato i confini dello spazio e del tempo nel momento in cui suo Padre lo ha risollevato dalla morte e gli ha dato ogni potere, in cielo e in terra, come afferma il nuovo testamento.
In effetti, in linea di principio, cosa può impedire ad una realtà soprannaturale (e Dio è soprannaturale) di servirsi di una realtà naturale per comunicare se stesso? Solamente che Dio Padre non lo fa mediante energie cosmiche a cui possiamo attingere con le nostre pratiche magico religiose, ma mediante Cristo, sempre e solo in Lui e con Lui e, nel massimo dei modi possibili, lo fa proprio nel sacramento dell’Eucaristia. Così facendo Egli non ci schiaccia con la sua potenza, e contemporaneamente ci rafforza nell’atto stesso con cui ci coinvolge. Infatti, la via attraverso cui ci raggiunge, è sempre l’umanità di Cristo, il quale è nostro fratello, cioè uno di noi; la parte migliore di noi.
Il fatto poi che per poter godere di questo mirabile sacramento ci voglia un sacerdote, ci mette al riparo dalla tentazione di sostituirci a Cristo Gesù, quasi che noi potessimo mettere le mani sul suo unico e universale sacrificio (offerto da Lui per tutti) e fingere che sia merito nostro.
Non solo. Siccome Dio, ha sacrificato suo figlio per noi e successivamente lo ha donato a ciascuno personalmente nell’Eucarestia ha, per così dire, diritto a una risposta seria da parte nostra. Se lui si è coinvolto interamente, anche noi dobbiamo provare a farlo. Non possiamo tenere i piedi in due scarpe: nutrirci di lui e poi giacere mollemente in abitudini che a lui dispiacciono. San Paolo, in una sua lettera, ammonisce a non accostarsi in maniera superficiale e ambigua all’Eucarestia, “per non mangiare e bere la propria condanna”: spesso oggi dimentichiamo queste parole.
Tuttavia, fatta salva questa correttezza nei confronti del Signore, va immediatamente aggiunto che nessuno di noi è all’altezza di ciò che va a ricevere all’altare, si badi bene. Ma, proprio per questo dobbiamo riceverlo, perché  siamo deboli, malati, fragili e tuttavia desidereremmo essere migliori, sperando contro ogni speranza, anche e soprattutto quando constatiamo quotidianamente la nostra indegnità. La liturgia ce lo fa ripetere sempre, prima di fare la comunione: “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”.

 

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