SS. Trinità – anno A

“Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella gerarchia delle verità di fede. Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato”.

Così recita il catechismo della Chiesa Cattolica.

Ora, chi mi legge o mi conosce sa che, per formazione e stile, insisto costantemente a non contrapporre la fede e la ragione, perché sminuire la prima significa annullare il mistero divino, mentre sminuire la seconda conduce a svalutare l’essere umano.

Contrapporle dunque, è sempre sbagliato. Tuttavia, la solennità della Santissima Trinità consiste nella celebrazione di un mistero che nessuna mente umana avrebbe mai potuto cogliere se non fosse stato rivelato definitivamente da Dio in Cristo. Credere cioè in un unico Dio, in tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo) può essere solamente un dono concesso da Dio stesso, il quale ha deciso di rivelarsi nella storia dell’umanità in Cristo, così come decide oggi quando e a chi rivelarsi, sempre in Cristo.

Il catechismo, citando il Concilio Vaticano I, ci ricorda che: “La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei «misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati »; e continua: l’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione”.

Qui più che mai dobbiamo ripresentare la sottile ma sostanziale differenza tra il contrapporre e il superare. Quando diciamo che la nostra mente non potrebbe da sola cogliere il mistero della SS. Trinità non ci stiamo contraddicendo e non stiamo sminuendo nulla. Stiamo dicendo che questo mistero è talmente infinito, va talmente oltre la nostra umana capacità che ci vuole un doppio intervento di Dio, uno nella nostra storia e l’altro nel nostro intimo, grazie ai quali la nostra ragione sia illuminata, incoraggiata, nell’atto stesso in cui essa comprende quanto è piccola e limitata di fronte alla grandezza del mistero divino. Il primo intervento si chiama rivelazione, il secondo si chiama fede. L’uno è inseparabile dall’altro: bisogna che ci sia qualcosa da vedere, qualcosa di concreto; e poi ci vogliono gli occhi per vederlo. Cristo che muore in croce è rivelazione, ma solo dopo la risurrezione, grazie al dono dello Spirito Santo, i discepoli credono e capiscono che quel patibolo d’immenso dolore era allo stesso tempo la rivelazione di un incommensurabile amore.

Ritenere di poter capire tutto con la nostra mente è grande presunzione. A stento ci raffiguriamo le cose di quaggiù. Allo stesso modo, rattristarci perché non possiamo comprendere Dio a forza di ragionamenti è frutto di rovinoso orgoglio.

Aprirsi invece, con l’aiuto di Dio al dono che Dio ci fa di conoscerlo, di frequentarlo, di sentirlo come uno di noi, di volerci addirittura come figli suoi: tutto ciò non può che farci del bene, a tutti i livelli del nostro essere. La mente non capirà tutto, certo. Però intuirà che c’è una logica, c’è un senso, c’è un grande bene in tutto ciò; c’è lo spalancarsi davanti agli occhi di ciascuno di noi di un orizzonte infinito, nel quale la nostra mente potrà avanzare: ora su questa terra a tentoni, domani in cielo a vele spiegate, passando di scoperta in scoperta, di stupore in stupore.

Le ali su cui la nostra mente può tentare di iniziare a librarsi un poco più in alto sono, sin da oggi, quelle della preghiera e della fede, come c’insegna il grande vescovo e dottore della Chiesa Sant’Atanasio. Egli scrive: “Il mistero di Dio non è dato alla nostra mente con spiegazioni dimostrative, ma nella fede e nella preghiera piena di rispetto”.

Sì, Dio va accostato con infinito rispetto, e un uomo che si ponga innanzi a Lui confessandogli la propria piccolezza, ma contemporaneamente confidando nella Sua infinita misericordia compie l’approccio più ragionevole che vi sia nei riguardi dell’infinita maestà divina.

Certo, capire i tempi e i modi con cui Dio si rivela, è un mistero nel mistero: perché, infatti, si è rivelato a me e non a un altro? Perché ha voluto iniziare da questo popolo e non da un altro? Sono domande cui non possiamo dare umana risposta, sono sigilli chiusi di cui non abbiamo la chiave.

Dobbiamo tuttavia guardarci dall’affermare che noi siamo nati in un dato tempo e in un dato luogo a caso e che quindi solo per caso siamo divenuti cristiani. Pensarla in questo modo non è rispettoso né nei confronti di Dio, né nei nostri. Non lo è riguardo a Dio Padre, perché chiamandoci a essere cristiani, ci ha fatto un dono infinito (e cioè che troviamo nel suo Figlio la vita e che siamo inondati dal suo amore grazie al dono dello Spirito Santo). Non lo è riguardo a noi, perché sarebbe un modo per svalutarci e de-responsabilizzarci, mentre siamo da Dio inseriti in un progetto nel quale Egli ci vuole parte attiva, libera e consapevole.

Il mistero della Trinità non si è rivelato a noi per schiacciarci, ma per rinnovarci e far sì che l’umanità sia provocata e illuminata dalla nostra fede nel Dio trino e unico.

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