SS. Trinità – anno B

“O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!”.
Paradiso, Canto XXXIII, terzina 124-126

Così il sommo poeta, con una pennellata di grande maestria, dipinge la Trinità Santissima, a Lei rivolgendosi quale Luce eterna che non può essere contenuta che in se stessa, che sola si comprende e comprendendosi arde d’amore. Che possiamo allora altro dire noi comuni mortali? Se Dante qualcosa ancora balbetta sulla Trinità di cui oggi ricorre la solennità liturgica, a noi cosa resta da fare? Ci  resta sicuramente da celebrarla come le compete, ma non solo. D’accordo che Dio è mistero di luce infinita, sempre oltre a tutte le nostre considerazioni. Tuttavia noi cristiani sappiamo che Egli ha desiderato farsi conoscere nel Suo Figlio, il quale ci ha parlato del Padre e dello Spirito Santo, dunque della Trinità. Ed anche se non possiamo vederla direttamente, molto possiamo scorgere di Lei su questa terra.
La prima lettura cita anzitutto la creazione come opera di Dio: ci è mai capitato di soffermarci dinanzi a uno splendido panorama o a considerare la perfezione dell’universo? Dice un salmo che “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 18,2), cioè la natura ci dice qualcosa del suo autore. In secondo luogo la medesima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, parla delle grandi imprese storiche compiute da Dio per Israele, grazie alle quali il popolo ha imparato a riconoscere lo stile inconfondibile di Dio, nascosto e visibile ad un tempo, severo nel correggere e fedele nel guidare. Così un salmo (pensando al passaggio del Mar Rosso) sintetizza questa consapevolezza: “i tuoi sentieri passavano sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili” (Sal 76,20). Siamo capaci di leggere le orme lasciate da Dio nella nostra storia personale?
La seconda lettura ci dice che lo Spirito di Dio ci abita e ci guida interiormente, attestandoci che siamo figli di Dio: il Suo compito è di incoraggiarci, spronarci, correggerci, portarci alla comunione con il Padre. I Santi dicono che Egli ci guida, vuoi mediante le prove, vuoi mediante le consolazioni. Abbiamo imparato ad ascoltarlo?
Il vangelo ci dice che Dio ha voluto essere annunciato dagli apostoli, cioè dalla Chiesa, che è incaricata di battezzare e insegnare in nome di Cristo. Ebbene, i santi sono una visibilizzazione dell’amore di Dio e quindi, in qualche modo, di Dio stesso, in Cristo. La gerarchia, pur con tutte le sue fatiche e i suoi limiti, ci guida con il suo magistero e ci nutre con i sacramenti. Siamo capaci di imitare gli uni e obbedire agli altri nelle cose essenziali? Nella Chiesa poi (e non solo in essa) quanto spesso un fratello, magari antipatico, con una battuta ci apre la mente e il cuore a qualcosa di vero e di buono e quindi ci indirizza a Dio!
Vediamo dunque quanti riverberi della vitalità di Dio sono presenti in noi e intorno a noi, un po’ come i mille riflessi che costellano il mare increspato in una giornata soleggiata.
Ma perchè tante volte fatichiamo a scorgerli? Dio ci ha creati capaci di intuire la verità delle cose, perfino di intuire Lui, nonostante sia così diverso da noi. Se infatti non avessimo questa predisposizione di natura non potremmo mai pensare né di conoscerlo, né d’incontrarlo, né ora, né nell’eternità. E tuttavia fatichiamo. Gesù, nel discorso delle beatitudini riportato nel vangelo di Matteo esclama: “Beati i puri di cuore, perchè vedranno Dio” (Mt 5,8). Faccio un esempio: spesso, proprio con le persone che conosciamo meglio e crediamo di amare, siamo frettolosi nel giudicarne i comportamenti, mentre poi magari discutendo si capisce che un determinato comportamento nasce da cause di cui  non eravamo al corrente e che certe parole di commento erano fuori luogo. Se stiamo attenti, la vita quotidiana ci offre continue occasioni per purificare il nostro modo di pensare, di giudicare, di valutare. Se siamo docili in questo esercizio, poco per volta ci alleniamo a vedere meglio l’altro, ad amarlo per quello che è e non per quello che pensiamo sia o debba essere: a casa, al lavoro, in parrocchia. Il nostro occhio e il nostro orecchio interiori si affinano in tal modo e imparano a riconoscere Dio quaggiù, per poi conoscerlo nell’eternità: Padre e Figlio e Spirito Santo.

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