SS. Trinità – anno C

L’uomo ha bisogno di una base da cui partire, qualsiasi cosa faccia. Quando siamo bambini, o quando ci accingiamo a imparare un mestiere o una professione,  o quando impariamo una pratica sportiva: sono tutte situazioni nelle quali, se non comprendiamo e facciamo nostre delle strutture mentali e comportamentali ben precise, non possiamo procedere correttamente. Questo vale anche nel nostro rapporto con Dio, secondo la caratteristica della religione a cui apparteniamo. Oggi la Chiesa cattolica invita i fedeli a unirsi nel celebrare il culto divino secondo una dicitura a essi tanto familiare quanto misteriosa: la solennità della Santissima Trinità. Ogni volta in cui i cattolici, ugualmente a tutti gli altri cristiani, si segnano con il segno della croce, essi celebrano il culto del Dio trinitario, e siccome tale segno è piuttosto abituale, i fedeli avvertono una certa intima familiarità con questo Dio che è insieme uno e trino. Ma quando tuttavia provano a riflettere su questa paradossale realtà divina, che è insieme unica e differenziata, allora la loro mente si perde in un labirinto senza uscita.
Ma torniamo un istante alla premessa iniziale.
Spesso, quando parliamo di Dio, lo collochiamo alla fine della nostra vita, non al suo inizio. Poeticamente, Egli è il porto delle nostre attese. Teologicamente Egli è il giudice delle nostre vite. Scientificamente, Dio è un’incognita che non può essere indagata, la cui meditazione va pertanto limitata alla privata riflessione o rimandata a un eventuale dopo morte. In questo modo, però, il destino di Dio è di diventare assolutamente insignificante per la nostra vita, perché non fa parte del modo con cui un’esistenza viene pensata, strutturata, definita già in questo mondo terreno. Certo, quando riflettiamo sulle realtà ultime dell’umana esistenza siamo facilmente indotti a innalzare lo sguardo verso il cielo, dove forse scorgiamo l’esistenza di un Dio buono che ci attende. Da ciò può nascere in noi un grande afflato mistico, artistico e poetico che molto ha da dire all’uomo contemporaneo. E’ però vero che molto spesso tale propensione a contemplare le cose celesti viene soffocata da una vita im

postata secondo tutt’altra logica, per esempio quella del guadagno o dell’ambizione.
E ora torniamo alla Trinità.
Come fa il nuovo testamento e la successiva tradizione cristiana a giustificare il dogma in base al quale Dio è contemporaneamente un’unica realtà eterna che vive in tre persone? Lo può solamente in quanto Dio, in Gesù Cristo, si è rivelato come amore: amore che si offre (il Figlio che muore sulla croce), amore che dà origine a ogni cosa (il Padre), amore che dona la vita condividendo se stesso (lo Spirito Santo).
Ora, l’amore è una cosa bella per tutti. Tutti amiamo qualcosa o qualcuno. Tuttavia, forse mai come oggi la parola amore è tirata e contesa da tante parti per giustificare assai frequentemente un modo di concepire la vita che è in realtà totalmente emotivo e soggettivo. Alla base della concezione moderna dell’amore non c’è l’amore, ma l’idea  che ciascuno ha una libertà illimitata nel gestire la propria vita. Inevitabili allora due conseguenze: la prima è che tale concezione crea conflitti, in quanto prima o poi la tua libertà si scontrerà con la mia; la seconda è che l’amore è subordinato al denaro, giacché quanto più ne posseggo, tanto più sarò libero di ottenere ciò che dico di amare.
Mi pare sotto gli  occhi di tutti il pesante tributo che stiamo pagando in termini di rispetto della famiglia e della vita umana, in nome dell’amore.
Se invece noi poniamo la fede nella Santissima Trinità all’inizio della nostra vita, ossia la prendiamo in considerazione quando dobbiamo decidere come organizzare una famiglia, l’accoglienza della vita e una intera vita sociale, allora le cose cambiano. Dobbiamo anzitutto riconoscere nella rivelazione trinitaria una logica d’amore infinitamente diversa, nella quale l’architrave è il principio del dono di se stessi all’altro: l’auto realizzazione (parola d’ordine del mondo moderno) avverrà nel dono e mai a prescindere da questo . E dobbiamo in secondo luogo ammettere che tutto ciò che esiste, sin nelle più intime molecole, è stato pensato da Dio per condurre l’uomo a realizzare se stesso non in modo anarchico, ma sostenuto da Dio e in vista di Dio, per condurre a Lui ogni cosa creata, compreso se stesso.
Quello trinitario pertanto non è un amore cieco, tutt’altro. Scriveva giustamente Shakesperare che “Se l’amore è cieco non può colpire il segno” (“If the love be blind, love cannot hit the mark” in Romeo and Juliet II.1; Shakespeare, Le Tragedie, ed. Mondadori). Ora, l’amore può essere sconvolgente, tendente all’infinito, misterioso e persino in qualche modo folle. Ma non cieco. Un amore del genere è un vaneggiamento che non solo non salva nessuno, ma presto o tardi conduce alla disperazione. Celebrare la Trinità infinita significa per noi cristiani offrire al mondo l’immagine di un

amore ispirato al Vangelo, grazie alla quale ogni uomo possa riconoscere vera per sé la penetrante verità che Dio rivela a Israele mediante il profeta Geremia: “Ti ho amato di amore eterno” (Ger. 31,3).
Al netto di tutti i nostri limiti e peccati, dobbiamo chiederci quanto, la celebrazione del mistero trinitario, stimoli in noi cristiani nuova creatività nel vivere in un mondo che Dio ha pensato e creato come luogo in cui poter effondere qualcosa della sua gloria.

 

 

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