Terza Domenica d’Avvento – Anno A

Siamo ormai giunti alla terza domenica del tempo d’Avvento, la quale, come ogni anno, è intitolata “Gaudete”, cioè “gioite”. In effetti, nelle letture (in particolare la prima e il vangelo) risuona insistente un invito a stare lieti, a gioire, a rinfrancarsi nell’animo poiché il Signore è vicino. La profezia di Isaia narra di ciechi, sordi, storpi, zoppi e muti i quali finalmente un giorno si rallegreranno perché saranno guariti dalle loro infermità. Vi si aggiunge la stupenda immagine di una strada nuova sulla quale cammineranno gli esuli, cacciati dalla loro terra, per tornare finalmente a casa. In quel giorno “gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. Il vangelo, poi, ci dimostra come l’operato di Gesù sia esattamente la realizzazione di tali e tante promesse da parte di Dio.

Dunque, la gioia. Com’è bella, la gioia, come ci rallegra la vita; quanto la desideriamo, ma quanto pure essa spesso ci sfugge (per esempio quando le preoccupazioni quotidiane hanno il sopravvento per gravità e per numero); oppure quanto frequentemente essa ci insegue, ma noi la rifiutiamo, perché preferiamo tenere il broncio, rimanendo orgogliosamente fissati sulle nostre posizioni rigide o infantili. Talvolta tentiamo di crearla artificialmente, ma non riusciamo nell’intento. In proposito, il filosofo danese Soren Kierkegaard scriveva: “Colui la cui gioia dipende da determinate condizioni non è la gioia stessa, la sua gioia è nelle condizioni, è condizionata da esse”. Ora, la domanda potrebbe essere oggi per me: “Da che cosa dipende la mia gioia? Da quali fattori?”.

E’ ovvio per tutti che, quando le cose vanno bene, siamo tutti più lieti; viceversa quando vanno male. Tuttavia, oggi possiamo chiederci: “Qual è la sorgente della mia gioia?”.

La liturgia c’invita a porre il fondamento della nostra gioia nella fede. Ebbene, qual è la nostra fede? Nel tempo di Avvento poniamo l’accento su un aspetto della nostra fede che peraltro è vero tutto l’anno, vale a dire la convinzione che il Signore è vicino, è accanto a noi sempre, istante dopo istante e non ci abbandona mai. Cristo risorto, infatti, è presente ovunque e sempre; e inoltre si trova in una condizione di gioia ormai immutabile, non più condizionata dagli eventi. Egli può perciò, se noi lo vogliamo, costituire quella condizione non condizionabile (permettete il giro di parole) alla quale possiamo affidarci senza timore di essere delusi. Gli antichi cristiani esprimevano tale certezza disegnando la croce a forma di àncora: le onde possono scuotere la barca, ma essa rimane ferma al suo posto grazie all’àncora, oggetto che, mentre è invisibile a chi sta in superficie, è presenza assai rassicurante per il marinaio. Così, se sovente ci sentiamo come una barca sbattuta da molte onde, se spesso vacilliamo e finanche cadiamo, coltiviamo tuttavia in noi la serena certezza di poggiare su un punto fermo, fonte per noi di gioia, di pace e di forza, nonostante tutto.

Risuonano in tal modo per noi comprensibili le parole della seconda lettura, scritte a suo tempo da San Giacomo apostolo: “Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore”. Posso essere costante, sia perché il Signore mi è accanto, sia perché il Signore verrà. Posso seminare sia perché il Signore me lo concede, sia perché le piogge verranno e faranno crescere il frutto delle mie fatiche. Sapere che siamo incostanti per natura, oltre che per caratteristica generazionale, non deve scoraggiarci a tal punto da smettere di seminare e di attendere. Dio è costante e fedele, sostiene e incoraggia sempre i suoi figli. La costanza di cui parla San Giacomo è perciò, come la gioia, anch’essa figlia della fede. Siamo circondati da esempi di costanza: non solo i profeti (come autorevolmente ci ricorda l’apostolo), ma anche tanti uomini e donne, umilmente ancorati a Dio mediante la loro fede, ce ne danno costantemente testimonianza, se solo vogliamo vederla. Uno di costoro, a me personalmente caro, uomo di Dio mite, silenzioso e solido nel servizio, padre di famiglia e nonno, recentemente scomparso, soleva dire: “Prima di raccogliere, è importante avere ben seminato, protetto e saputo aspettare”.

Ed eccoci ora al terzo punto che desidero sottolineare. Giovanni il Battista (ci narra l’evangelista Matteo) è disorientato. Aspettava e annunciava un messia giudice severo, rigoroso e definitivo, ma viene a sapere che Gesù è paziente, misericordioso, addirittura mangia con i peccatori. Giovanni era ed è talmente convinto della giustezza della propria missione, che sta pagando con il carcere la sua integrità di profeta. Ora, però, tutto improvvisamente diventa oscuro: Gesù lo spiazza con questo modo di fare. Perciò il Battista gli manda i suoi seguaci a chiedere chiarimenti e a loro Gesù risponde come sappiamo: “Riferite a Giovanni che i ciechi riacquistano la vista” e così via. Come a dirgli: non è ancora questo il tempo in cui giudicherò gli uomini. Lo farò certamente, ma alla mia ultima venuta. Fino ad allora sarò il loro medico, il loro compagno, il loro fratello. Le proverò tutte per salvarli, per renderli partecipi della mia vita divina, della mia gioia e della mia forza. Sino all’ultimo istante in cui esisterà l’universo, sarò con loro e per loro. Dopo, e solo dopo, li giudicherò. Solo dopo essere stato certo che ognuno, secondo vie misteriose agli uomini, ma note a Dio, ha potuto abbracciare la mia salvezza. Caro Giovanni, porta a compimento con il martirio la tua missione e poi vai lieto a riposare con i tuoi padri. Ti renderò partecipe, in quel giorno, della mia vittoria sul male e sulla morte. Allora tu regnerai con me e con loro. Perché il Padre mio vuole che tutti partecipino alla gioia di Dio.

Una risposta a “Terza Domenica d’Avvento – Anno A”

  1. Nuccia Comoglio dice: Rispondi

    Grazie per il tuo “sguardo” come sempre il tuo commento al vangelo è prezioso.

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