Terza Domenica d’Avvento – anno B

Qui il link alla liturgia del giorno

Quale dovrebbe essere l’unica differenza tra un bambino il quale aspetta il giorno di Natale per aprire i regali sotto l’albero e un cristiano adulto che attende con fede la venuta del Signore? L’unica differenza dovrebbe consistere nel fatto che il primo conosce la data dell’evento, mentre il secondo no.

Per il resto, un analogo fervore, una simile impazienza e soprattutto la medesima gioia dovrebbero possedere l’intimo tanto dell’uno quanto dell’altro. E come ci sorprenderebbe incontrare un bimbo tiepido o indifferente nei riguardi del 25 dicembre, allo stesso modo dovrebbe sorprenderci scoprire in noi stessi o in altri credenti simili sentimenti di grigio colore.

C’è infatti da ritenere che, se il Signore Gesù ha così frequentemente ammonito i suoi sull’importanza di prepararsi al suo ritorno e se la provvidenza ha suscitato un araldo come il Battista per richiamare il popolo d’Israele a convertirsi in vista del Messia, c’è da ritenere allora che Dio vuole essere atteso con tutto il cuore.

La liturgia di oggi, liturgia d’avvento, ce lo ricorda, com’è ovvio; essa però è caratterizzata da un accentuato richiamo alla letizia, al fatto cioè che siamo invitati ad attendere il Signore non nel timore, bensì nella gioia, come chi attende l’arrivo di un amico, o di una festa tanto desiderata, o di un avvenimento che finalmente darà la svolta decisiva alla sua esistenza.

Dobbiamo stare attenti a non lasciarci derubare di tale intima serenità dalla considerazione della nostra fragilità o del peccato nostro e del mondo: se tale amarezza, pur comprensibile, soffoca in noi il desiderio di Dio allora non viene da Dio.

È invece ovviamente ben diverso dire che un desiderio suscita un poco di tristezza perché esso non può ancora essere saziato: ciò non ha nulla a che vedere con la sfiducia e con il pessimismo. La gioia dello Spirito Santo, infatti, sa convivere bene con quel senso di insoddisfazione causato dal non totale compimento del desiderio d’incontrare Dio e, anzi, tale umanissima insoddisfazione è in certo senso la grotta nella quale Gesù dorme serenamente in noi. Non dimentichiamo che noi per primi siamo un presepe vivente, perché lo Spirito del Signore abita nel nostro intimo, da lì ci illumina, ci guida e ci ama. Non potremmo certo attendere con vivo desiderio qualcuno che non conosciamo per nulla; mentre invece, se lo attendiamo, è segno che nel mistero del nostro cuore Lui è già con noi e noi siamo già in Lui.

Perché allora così spesso il desiderio, l’attesa, la tensione verso il giorno dell’incontro con Dio è lontano da noi? Perché sovente non ne sentiamo la spinta e non ne siamo attratti?

Talvolta ciò accade per una misteriosa volontà divina, la quale mette alla prova i suoi eletti e li priva di tale esperienza sensibile interiore per staccarli da qualsiasi cosa creata e unirli misticamente a Lui. Tra gli altri, a Madre Teresa di Calcutta fu richiesta questa durissima prova interiore, come io ebbi occasione di ricordare in un precedente commento. Altre volte questa letizia è nascosta sotto una coltre di stanchezza, altre ancora è quasi coperta da grandi dolori come la perdita di una persona cara o da un fallimento cocente. È bene però ricordare che Dio non permette che tali situazioni (di cui la persona non ha colpa) cancellino il fervore dell’attesa in modo irrecuperabile; anzi, con il tempo proprio queste prove purificano e affinano il desiderio di un compimento finale del nostro destino tra le braccia di Cristo. Spesso però il desiderio dell’incontro è soffocato dall’abitudine a ritenere che vi sia sempre qualcosa di più urgente di cui occuparsi. Ciò, a mio modo di vedere, tra i cristiani è maggior rischio dei laici, abbondantemente occupati nelle faccende di questo mondo e pertanto più propensi a trovare occasioni e scuse per non dare spazio o rimandare a data da destinarsi l’attenzione a questa voce interiore.

In tal modo, quel mondo che Dio ha creato per noi e con amore ci ha donato, quel mondo nel quale Cristo si è fatto uomo ed è venuto ad abitare, anziché essere la situazione concreta nella quale il discepolo attende il suo Dio, è piuttosto il luogo in cui egli se ne dimentica. Le cose che egli fa (persino i servizi al prossimo più santi), rimangono conseguentemente privi di quella tensione interiore, di quella sete d’infinito che invece insaporisce la vita come il pizzico di sale rende apprezzabile il cibo.

Giova dunque ricordare che Colui il quale è disceso dal cielo e si è incarnato tra noi, è pure risalito al cielo per compiere lassù il destino non solo suo, ma di ognuno dei suoi e che un giorno tornerà a prenderli per condurli là dove è la vera gioia. Tale ricordo del futuro (uso volutamente questa espressione apparentemente paradossale) è la chiave della gioia cristiana.

Guardandoci intorno, ci pare che il male nel mondo debba prevalere; inoltre, sappiamo che tutto è destinato a perire, come dice anche la scienza, la quale ci insegna che l’universo va verso l’esaurimento delle proprie energie e dunque verso la distruzione finale.

La dolorosa consapevolezza di tutto ciò è veritiera, ma non sufficiente. Dimentichiamo infatti che noi cristiani esistiamo anche per offrire questo mondo al Signore, per dare voce a ogni ingiustizia e perfino a ogni cellula dell’universo le quali anelano al compimento e alla vita e le otterranno, quando nell’ultimo giorno noi offriremo il mondo a Cristo e questi al Padre. Allora, la linfa della letizia entrerà definitivamente in ogni cuore e in ogni cosa. Allora tutto griderà di gioia.

Noi viviamo oggi nella fervida attesa che ciò accada e affrettiamo con la preghiera la meraviglia di quell’attimo eterno.

 

 

 

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