Terza Domenica del Tempo Ordinario -anno A

“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Quante volte risuona nelle messe questo invito di Gesù? Tantissime. Infatti, non solo ogni anno è riproposto e ripetuto nelle varianti con cui è riportato dagli evangelisti, ma è ribadito a ogni inizio di Quaresima il mercoledì delle ceneri e ugualmente nelle domeniche d’avvento, in quelle perlomeno in cui si narra di Giovanni il Battista, il quale scuote il popolo affinché si prepari alla venuta del Signore cambiando stile di vita. Si direbbe che, di là dalle varie sfumature bibliche e liturgiche, l’invito a convertirci è ripetuto sino alla nausea. E’ dunque questa una delle domeniche nelle quali, sentito il vangelo, noi fedeli rischiamo di chiudere la questione con un: “Lo so già”; oppure con un: “Sì, va bene che devo convertirmi, ma in fin dei conti cosa vuol dire? E poi, cosa significa che il regno è vicino?”. Rischiamo di pensare che sia tutto troppo astratto. Se poi continuiamo nella lettura e sentiamo che subito dopo tale annuncio Gesù chiama i primi discepoli ad abbandonare tutto e a seguirlo, facciamo in fretta a liquidare il problema, concludendo che esso riguarda soprattutto preti e suore.

Se, poi, tentiamo di risolvere tali interrogativi decidendo, soprattutto in quaresima, di fare i classici fioretti (cioè piccole rinunce quotidiane proseguite per un certo tempo) facciamo cosa buona, ma rischiamo di confondere i mezzi con il fine. Quindi, una delle possibili conseguenze è che ci stufiamo in fretta di proseguire in tali propositi. Il fine, infatti, non è semplicemente quello di divenire persone più virtuose, bensì aprirci a Dio e agli altri, di crescere nell’amore.

Ora, quando Gesù predica ad alta voce che il regno di Dio è vicino, ci sta facendo capire che qualcosa di nuovo irrompe nel tempo, qualcosa che proviene da oltre il tempo e che lo rende veramente degno di essere vissuto. E’ difficile per noi assumere questa prospettiva, quella cioè di riuscire a guardare il tempo non da quello che per noi fu l’inizio (vale a dire la nostra nascita); è difficile per noi contare il tempo non secondo il nostro compleanno, bensì dalla fine ultima di tutte le cose, cioè dall’eternità, giacché noi cristiani crediamo che il tempo terreno finirà con lo sfociare nell’eternità. Noi contiamo il tempo in base ai nostri anni e più gli anni passano, meno ci sembra di avere risorse a disposizione. Gesù, invece guarda il tempo a partire dall’Eterno, ben sapendo che solo dall’Eterno il tempo riceve valore. Se Gesù (e la Chiesa con Lui) ripete in continuazione la necessità di convertirci, è perché evidentemente ritiene che i riflessi dell’eternità penetrino nel tempo da ogni lato, come una luce spiove in una stanza dall’alto di un abbaino e dal basso delle finestre e di una porta spalancata.

Probabilmente, la conversione di cui Gesù parla, inizia dall’ammettere l’ipotesi che la presenza di Dio ci sia veramente, che veramente egli “incomba” su di noi da ogni lato, come una luce calda e gentile del focolare ristora i viandanti. Se così è, tale conversione prosegue nel comprendere che noi tutto ciò spesso non lo vediamo a causa della nostra superficialità e del nostro peccato. Tale conversione continua nel chiedere la grazia di poterci accorgere di tale presenza accanto a noi. Ancora, dopo avere ricevuto un così grande dono di Dio (cioè accorgermi che Lui c’è per me), la conversione consiste nel ripensare tutta la mia vita, per tenere ciò che piace a Dio e scartare ciò che gli dispiace. Infatti, la conversione deve manifestarsi anzitutto in un diverso modo di pensare e poi, solo dopo, in una serie di comportamenti rinnovati, i quali sono segno della conversione, cioè dell’aver cambiato mentalità.

Potremmo dire diversamente che Dio ci visita come verità, perciò l’incontro con lui non può non cambiare il nostro modo di pensare. Dio ci viene incontro come amore, perciò l’incontro con lui non può non cambiare il nostro modo di agire. Infatti, Dio lo incontriamo come perdono e il perdono è fare verità nell’amore.

 

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