Terza Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Ecco il link alla liturgia del giorno

“Il tempo si è fatto breve”, dice San Paolo ai cristiani di Corinto. Un’espressione del genere potrebbe essere fraintesa come il richiamo del predicatore al fatto che la morte personale di ciascuno si avvicina inesorabile e prima o poi bisognerà farvi i conti. La spiegazione, però, sta in un’altra direzione, e cioè anzitutto nell’idea che il ritorno di Cristo è imminente e che pertanto il cristiano deve tenersi pronto a riceverlo in ogni istante. Infatti, San Paolo aggiunge che “passa la figura di questo mondo”. Ma come, dirà qualcuno: dalla lettera ai Corinti a oggi sono passati quasi duemila anni e dov’è mai tutta questa imminenza? Per quanto ne sappiamo, potrebbero passarne altri ventimila di anni, prima che Cristo torni. Ora, benché sia chiaro a tutti che la vita di questo mondo passi assai velocemente, l’obiezione è realista, va presa sul serio e dobbiamo perciò approfondire il significato di questa urgenza.

L’uomo contemporaneo comprende il senso della brevità del tempo quando pensa ai problemi ambientali e sa che il tempo per prevenire disastri in parte annunciati e in parte già presenti, è breve. Una simile concezione non è assente dalle letture di oggi. Pensiamo per esempio alla prima, nella quale si racconta che il profeta Giona percorre la città di Ninive proclamando a tutti che devono convertirsi, altrimenti moriranno; i niniviti credono alla sua predicazione e cambiano vita, perché capiscono che il male da essi compiuto può ritorcersi realmente contro di loro e che (se non ne prendono concretamente le distanze), Dio per amore e per difesa del bene, non potrà accettare tale male all’infinito.

Il Vangelo ci parla della medesima urgenza, vissuta però in una chiave positiva seguendo la quale forse riusciamo a capire meglio ciò di cui ci parla San Paolo. Gesù, infatti chiama i primi quattro discepoli, i quali abbandonano tutto immediatamente, subito, per seguirlo. Non c’è dubbio che l’evangelista salti dei passaggi e che la storia sia andata in maniera più lunga, ma a Marco interessa evidenziare che l’incontro con Cristo è così dirompente, così affascinante e che la sua persona è così decisiva nella storia umana da venire prima di tutto il resto e da rendere tutto il resto assolutamente secondario rispetto a Lui. Marco insiste su tale aspetto, anche a costo di far sembrare disumano il modo con cui Cristo esige e attrae a sé i discepoli, giacché non si preoccupa neppure di narrare una sorta di congedo dei discepoli dai famigliari. Questo modo di intendere la brevità del tempo e quindi l’urgenza di muoversi, rispetto all’esempio precedente è più simile al modo con cui vivono il tempo due innamorati, i quali non vedono l’ora d’incontrarsi; oppure allo stato d’animo di uno scienziato il quale abbia fatto un’importante scoperta e quindi non veda l’ora di farla conoscere al mondo e di metterla a sua disposizione.

A costo di dilungarci dobbiamo notare che Gesù inaugura la sua predicazione invitando la gente a convertirsi perché “il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino”: con la venuta di Gesù la storia umana è giunta al suo centro ed è per così dire invasa dalla grazia di Dio. Cristo è il seme divino che feconda la storia di tutti e di ciascuno e pertanto la riempie di significato. Dal momento in cui il cristiano lo comprende la sua psicologia diviene simile a quella della donna quando scopre di essere all’inizio della gravidanza: tutto cambia per lei, tutto si relativizza e tutto lei misura in funzione del parto imminente. Chi la circonda all’inizio non lo sa, mentre per lei è cambiato tutto! E le persone, nella misura in cui scoprono il suo segreto, non solo si rallegrano con lei, ma in certo modo partecipano della sua nuova visione del mondo. Capite? È un tempo breve, perché passa, ma è breve anche perché finalmente è giunto al suo compimento e non v’è nulla di più urgente di questo!

Ora, se il vangelo di oggi, risulta immediatamente chiaro quando pensiamo alle vocazioni cristiane in cui si lascia realmente tutto per seguire Gesù, mentre pare solo come lo sfondo sottostante a chi vive da laico, la seconda lettura da cui sono partito e a cui ora torno sembra particolarmente rivolta ai laici stessi. San Paolo, dopo aver detto che il tempo si è fatto breve, elenca una serie di situazioni insegnando che esse devono essere vissute “come se non”: come se non si piangesse, come se non si gioisse, come se non si possedesse. Lo sguardo del cristiano deve obbligatoriamente e costantemente contemplare un orizzonte più grande, nel quale vedere ciò che fa e che vive. Niente e nessuno può essere assolutizzato, perché il Signore è uno solo. Ma, soprattutto il discepolo deve vivere ogni cosa pronto a lasciarla in ogni istante per amore di Cristo e in vista di Lui. È un atteggiamento interiore, prima che esteriore; è una rinuncia intima, prima che esterna.

Essa deve essere decisa dal credente, ma può essere soltanto conseguenza di una chiamata personale che egli sente e sa per fede di aver ricevuto direttamente da Cristo. Il mondo non può né comprenderla, né conoscerla e nel momento in cui essa si manifesta al mondo, questo può restarne sorpreso; ma in realtà è la cosa più umana che ci possa essere.

Posso sbagliarmi, ovviamente, ma ritengo che tutto questo discorso, difficile da comprendere sino ad oggi per gli stessi cristiani, sia destinato a diventare sempre più chiaro ai cristiani della nuova generazione, i quali avranno a che fare con un mondo sempre più ostile, ma allo stesso tempo, sempre più assetato di qualcosa che dia un senso alla vita umana, inevitabilmente transitoria e incapace di illuminarsi da sé stessa.

 

 

 

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