Terza Domenica di Pasqua – anno A

Che cosa dobbiamo preferire: l’incontro o la nostalgia dell’incontro? Il riconoscere che l’altro è accanto a noi oppure capire l’importanza che questi aveva per noi solo quando scompare? Dobbiamo preferire il senso dell’assenza o la gioia della presenza?

Mi sto ponendo queste domande, mentre rifletto sul sublime brano dei discepoli di Emmaus, ma più me le pongo, più mi convinco che un aspetto non può stare senza l’altro. Un conto è dire che i discepoli prima non capiscono e poi invece capiscono, prima non vedono e poi invece vedono, prima sono freddi e increduli e poi invece arde loro il cuore nel petto. In tal caso è facile ed è giusto preferire il secondo aspetto. Dobbiamo, infatti, chiedere umilmente e con tutto il cuore a Cristo che ci apra gli occhi della mente e del cuore a comprendere quel misterioso e meraviglioso progetto di Dio il quale ha predestinato suo Figlio a salvare il mondo, a ricapitolarlo, a rifondarlo definitivamente; a credere che senza Gesù Cristo nulla sarebbe possibile, nulla avrebbe un compimento e dunque nulla avrebbe senso. Il brano di Emmaus non ci racconta “soltanto” la prima comunione dei due fortunati discepoli, non è unicamente la ripresentazione in forma narrativa di ciò che è la messa domenicale, non è semplicemente l’opera di un maestro del racconto quale è san Luca, assistito dallo Spirito Santo; esso è il compimento della storia, è il matrimonio tra Cristo e la Chiesa, è una nuova annunciazione, stavolta non alla Vergine, ma alla Chiesa, stordita e incredula; è l’orizzonte nuovo aperto all’umanità, è l’inizio del giorno senza tramonto, l’inizio dell’eternità.

Torno alle domande iniziali e scopro che tali domande non hanno ragione d’essere. Se non c’è nostalgia, non c’è stato vero incontro; Senza sofferta meditazione di ciò che l’altro è stato per me, allora non l’ho mai riconosciuto; Senza senso della sua assenza vuol dire che non ho mai gioito della sua presenza. Se, quando l’altro se ne va, non provo nulla, vuol dire che m’interessava poco o superficialmente.

In altri momenti forse avrei rilevato maggiormente la gioia dei due di Emmaus, dopo aver riconosciuto Cristo, o forse anche la loro testardaggine. In un tempo tuttavia nel quale la Chiesa in moltissime parti del mondo, tra cui l’Italia, è obbligata al digiuno eucaristico (cioè il popolo non può partecipare alla messa), non posso non evidenziare gli aspetti di nostalgia, assenza e rinnovata fede che questa situazione comporta nel rapporto personale e comunitario con Cristo. A differenza dei due discepoli di Emmaus noi non possiamo celebrare e ricevere il sacramento dell’Eucaristia; ma, questa può essere una provvidenziale occasione per comprendere e fare nostro il percorso spirituale da loro compiuto mentre camminavano con quello straniero, il quale pareva essere l’unico a non sapere tutto quello che era successo a Gerusalemme. Questo percorso, guidato dal Maestro che era accanto a loro mentre essi non lo riconoscevano, li porterà a vedere Lui, il Salvatore, a comprendere il senso degli eventi e a entrare con Lui in una comunione molto, ma molto più intima di quando lo seguivano sulle strade d’Israele. I due impareranno a gioire del Risorto, a credere in Lui, a correre verso gli altri per annunciare che Egli è vivo.

Però, io sono convinto che la nostalgia del pane spezzato a Emmaus non li abbandonerà più, che la consapevolezza del loro bisogno di Lui non smetterà di inquietarli per tutta la vita. Sono convinto che proprio questa ferita aperta, questo dolore interiore sarà il termometro della loro vivacità spirituale e del loro amore per Cristo. A loro importerà di Cristo più di ogni altra cosa e ogni altra cosa rinascerà grazie alla certezza della presenza fedele e misteriosa di Cristo accanto a loro.

Perciò, mi chiedo, quanto della loro nostalgia, quanto del loro senso dell’assenza di Cristo abita in me? Mi dispiace davvero di non poter partecipare all’Eucaristia, oppure ci sto facendo l’abitudine? Sta diventando normale per me vivere la domenica come un normale giorno di riposo o di semplice tregua nel tran tran quotidiano? In questo senso, vivo quaggiù da straniero, come dice san Pietro nella seconda lettura, con il cuore rivolto verso l’Eterno, oppure sto chiudendo lentamente cuore e mente, forse perché la tensione che la fede mi provoca sta diventando insopportabile?

Ritengo non vi sia niente di più consolante per un credente e per tutta la Chiesa che il sentire innalzarsi, dal profondo del cuore, l’accorato appello dei due discepoli di Emmaus al misterioso viandante: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.

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