Terza domenica di Pasqua

“Forse alla fine di questa triste storia / qualcuno troverà il coraggio / per affrontare i sensi di colpa / e cancellarli da questo viaggio / per vivere davvero ogni momento / con ogni suo turbamento / e come se fosse l’ultimo”.
Con queste parole Vasco Rossi cerca di incoraggiare Sally, la protagonista dell’omonima canzone, a continuare a vivere, nonostante che l’esistenza l’abbia dolorosamente messa alla prova e punita, forse per qualche errore commesso: l’autore evita di entrare nel merito, lascia semplicemente intendere.
Le letture di questa domenica parlano di colpa e parlano anche di sofferenza, ma vi dico subito che lo fanno in termini molto concreti, realistici. All’epoca non sapevano cosa fosse la distinzione tra colpa reale e senso di colpa, tra realtà e vissuto psicologico. Se il male c’era era semplicemente perché qualcuno l’aveva fatto, punto e basta. Non ci si contorceva in spiegazioni astratte e improbabili. Il male andava individuato e possibilmente tolto. Certo, ci si poteva illudere che fosse soltanto esterno: ci vorrà Cristo per far capire che il male sorge dal cuore dell’uomo, ma intanto l’abitudine era quella di chiamare le cose con il loro nome. Tuttavia dobbiamo aggiungere che lo stile, il modo con cui le letture oggi ci parlano della colpa conosce una sorta di crescendo interno a livello di delicatezza nel denunciarlo. Vediamole.

“Voi avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita”. E’ Pietro che parla alla folla presente a Gerusalemme, ai suoi fratelli ebrei principalmente. Egli non fa sconti, dice le cose come stanno, senza peli sulla lingua. Avete compiuto il peggiore dei peccati, dice loro, avete toccato il fondo!
“Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”: qui è Giovanni, l’apostolo prediletto. Ha un altro stile, più delicato, in effetti anche i destinatari sono diversi: sono i primi cristiani, che fanno i conti con le loro fragilità e incoerenze. Tuttavia l’espressione che egli adotta a proposito di Cristo (di derivazione antico testamentaria) è forte: “Vittima di espiazione”.
“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Luca ci racconta l’apparizione di Cristo la sera del giorno nel quale Egli è risorto: non si fa accenno alle responsabilità reali, alle colpe vere dei discepoli. Egli li ha veramente perdonati e insiste nel cercare di convincerli che Egli ha vinto la morte,  affinché capiscano di conseguenza che Egli ha vinto il male, il loro male, quello commesso da loro e dagli uccisori di Gesù. Ma, capite, il male c’è stato, tant’è che Egli porta loro come prova le trafitture di mani e piedi, per convincerli del fatto che non è un fantasma.

Perché oggi non riusciamo a guardare le nostre colpe apertamente? Perché adottiamo strategie le più diverse per esorcizzarle? Siamo bravi infatti a negarle, oppure ad esagerarle a tal punto da rimanerne schiacciati, oppure a ribaltarle sugli altri, oppure a relegarle in spiegazioni psico sociologiche, o a trasformarle in spettacolo pseudo pornografico nei talk show televisivi. Sono tutte forme di orgoglioso esorcismo della realtà, a danno della verità e infine di noi stessi.
Forse manca un contesto, un incontro e un volto che ci restituiscano la dignità, nel momento stesso in cui ci mettono davanti a noi stessi. Osservate dalle letture cosa intendo dire:
“Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù..Dio l’ha risuscitato dai morti”, dice Pietro nel momento stesso in cui accusa: riconoscere la colpa per potersi aprire alla gioia. Giovanni da parte sua dice che abbiamo un Paraclito, cioè un consolatore e un avvocato: come una madre consola comunque un figlio, anche se si è fatto male solo per colpa propria, come spesso accade. E così il volto gioioso del Risorto nei confronti dei suoi: ripensare a se stessi e ai propri errori dopo avere incontrato quello sguardo felice, come è più facile per loro…

E infine, le letture odierne, in tema di colpa ci mostrano un ponte levatoio gettato sul mistero di Dio. Sentite queste parole: “Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire” dice ancora Pietro. «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi», dice Gesù ai suoi quella sera. Ci percorre un brivido nella schiena: Dio si serve addirittura delle nostre colpe per realizzare il suo disegno di salvezza a nostro favore! Allora come temerla la nostra responsabilità, che S. Agostino definiva addirittura “felice colpa”?

Chi spiegherà dunque a Sally che può alzare lo sguardo, che può abbandonare le sue paure, che vi è un bene infinitamente più grande del suo peccato, che può abbandonare i mille “forse”, le mille incertezze della sua vita,  che può abbandonare il falso rifugio nell’indifferenza nei riguardi di tutto e di tutti, giacché questo mondo può e deve essere amato per amore di Dio? In teologichese si direbbe: chi racconterà a Sally che ormai c’è una redenzione, anzi, un Redentore?  Che non c’è più bisogno di fare finta, né di fuggire da stessi, né di illudersi di essere a posto comunque sia perché qualcuno si è preso su di sé le tue colpe, ci ha addirittura rimesso la pelle, ma poi non ha tenuto il broncio, anzi è tornato a dirti che ti perdona?
“Di questo voi siete testimoni”, dice Gesù ai discepoli. “Di questo noi siamo testimoni” dirà Pietro agli uditori, qualche settimana più tardi, in quel di Gerusalemme.

3 Risposte a “Terza domenica di Pasqua”

  1. Sei sempre un ottimo predicatore. fa veramente piacere sentire le tue parole.
    E’ la prima volta che mi collego e ti assicuro che sarò un assiduo ascoltatore e lettore.
    Un abbraccio

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Grazie Giorgio: ne sono incoraggiato

  2. Angelo Marazzita dice: Rispondi

    Caro Emilio è proficuo, utile leggere le tue riflessioni. Se posso, vorrei fornirti due suggerimenti, ovvero di mantenere la brevità, e poi di arricchire con esempi. Grazie

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