Terza domenica di Quaresima – anno A

Nella prima domenica di quaresima il vangelo narrava che, rispondendo alla prima delle tentazioni lanciategli dal demonio, Cristo rispondeva con le seguenti parole: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Vi fanno eco oggi due affermazioni del Signore riportate al capitolo quarto del vangelo di Giovanni, il brano per l’appunto proclamato nella liturgia della terza domenica di quaresima dell’anno A. Nella prima, apostrofando i discepoli Gesù dice: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. Ci appare subito chiaro che per Gesù Dio Padre è la sorgente alla quale si rivolge per dare orientamento e sostegno anzitutto alla sua esistenza umano-divina; per ovvia deduzione allora, l’uomo che dimentica Dio smarrisce il senso della propria esistenza e, per quanto si arricchisca di beni materiali, non troverà in nessuno di questi il segreto di una vita felice. Nella seconda, Gesù ammonisce la donna samaritana dicendole: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Così come vi è un cibo divino, così pure vi è un’acqua divina e così come Gesù dichiara che la sua sorgente di vita è la volontà del Padre suo, allo stesso modo egli afferma di essere la sorgente di vita per gli uomini. Per lui, ciò è talmente fondamentale da lasciare del tutto in secondo piano le esigenze di cibo e di acqua, pur necessarie ai nostri corpi.

I giorni di clausura forzata nelle nostre abitazioni, che stiamo vivendo a causa del coronavirus, ci obbligano a più d’una riflessione sull’esistenza di tutti e di ciascuno: ognuno vive le sue preoccupazioni, ma nello stesso tempo ognuno matura le sue considerazioni. Certamente, due cose le condividiamo: tutti stiamo apprezzando l’opera del personale sanitario e inoltre molti di noi sentono la mancanza dei propri cari, con i quali i contatti sono ancora possibili via web. Il dono di sé che caratterizza il primo e la nostalgia che i secondi portano con sé ci aiutano a comprendere che in noi esseri umani è presente un’istanza più profonda a cui fatichiamo a dare voce. Il bisogno di donare noi stessi da una parte e di ricevere il dono altrui dall’altra ci muovono e, dove trovano spazio, ci fanno vivere interiormente: sono in noi sorgenti di gioia, molto più di tutti i guadagni e tutti i successi che possiamo conseguire in ambito lavorativo professionale.

Ora, c’è bisogno di essere cristiani per capirlo? Rispondo subito di no: sono conclusioni a cui ogni essere umano può e deve giungere a qualsiasi cultura o religione appartenga. Ma allora, si potrebbe conseguire che Gesù non sia necessario, giacché l’uomo può arrivare da solo a comprendere che, metaforicamente parlando, egli deve imparare a cibarsi e dissetarsi di qualcosa di più profondo. Rispondo che l’uomo sa di avere bisogni profondi e se ne accorge particolarmente in momenti di emergenza come il nostro. Tuttavia, anzitutto egli non sa quanto tali bisogni siano profondi e, di conseguenza, egli da a se stesso risposte limitate, parziali e talora persino fuorvianti. Nel vangelo di oggi ne sono simbolo sia il pozzo, sia la samaritana, dotata di un semplice e unico secchio col quale tutti i giorni fa tanta strada da e per il villaggio, al fine di procurarsi quel po’ di acqua che le serve per sopravvivere. L’uomo di oggi, come di ieri, scava pozzi e cala dei secchi al loro interno per dissetarsi. Ovviamente qui non si parla tanto di pozzi in senso fisico, quanto piuttosto figurato; per capire quali siano tali pozzi basta osservare quali sono le realtà a cui l’uomo affida la propria salvezza: la scienza, la tecnica, la psicologia, l’economia, i maghi e così via. Ogni epoca ha i suoi totem, i suoi pozzi, cui l’uomo va con i suoi secchi, immaginando di trovare in essi la soluzione definitiva ai suoi bisogni.

Non possiamo limitarci a questo, noi cristiani. Noi sappiamo che Cristo è venuto a destare un grido nell’uomo, una domanda profonda, spesso sopita, cioè il bisogno d’infinito. Ma noi sappiamo altresì che, quando tale domanda si manifesta (come in questi giorni) essa va guidata, educata, purificata. Noi siamo lì a testimoniare al mondo che Cristo è la sorgente. Egli sta seduto sul pozzo di Giacobbe, al quale la samaritana si reca per attingere acqua. Vale a dire che tutte le nostre ricerche, tutti i nostri tentativi non gli sono estranei, anzi, egli li conosce e se ne commuove. Tuttavia bisogna che alziamo lo sguardo dal pozzo e dai nostri secchi per accorgerci che Gesù sta seduto e attende da noi una parola. Gesù provoca la samaritana chiedendole da bere, ma lo fa per iniziare un dialogo, per far si che essa, poco per volta, riconosca di avere una sete inappagabile con le sole forze umane. Anche oggi, la sorgente di acqua viva sta seduta sopra ai nostri pozzi. Beato chi possiede occhi per vederla.

 

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