Terza Domenica di Quaresima – Anno C

I disastri a cui assistiamo oggi, non si chiameranno forse “torre di Siloe”, ma possono benissimo chiamarsi per esempio “Ponte Morandi” di Genova. Non saranno riconducibili a un Ponzio Pilato, ma ad azioni compiute da dittatori o criminali o terroristi ovunque nel mondo. Gli esempi tragici a cui Gesù allude nel vangelo di questa domenica sono rappresentativi di una tragedia che continua a consumarsi sul palcoscenico del mondo, da Caino e Abele in poi. Anche un bambino capisce che questi eventi muovono dall’egoismo annidato nel cuore dell’uomo, dal quale scaturisce ogni sorta di male. Un male che, nei tempi moderni, si è per così dire organizzato, sino a diventare un vero e proprio sistema, nel quale l’uomo si è intrappolato da se stesso, con le sue stesse mani. Era facile allora come ora illudersi che il problema fosse anzitutto degli altri, che una persona normale non avrebbe mai dovuto fronteggiare simili situazioni. La spiegazione a quel tempo era semplice: se a qualcuno era accaduto qualcosa di male, in modo apparentemente imprevisto, ciò era dovuto al fatto che in qualcosa quell’uomo era colpevole e peccatore agli occhi di Dio. Dunque Dio lo aveva giustamente punito per colpe ignote agli altri, ma ben note al giudice supremo. A tale interpretazione Gesù fa riferimento esplicito con le sue parole, evidenziandone l’infondatezza, affermando in sostanza che sotto questo cielo non vi è vittima che non sia anche in qualche modo complice del male morale serpeggiante ovunque. Le parole di Gesù risuonano in tutta la loro provocatorietà anche oggi, tempo in cui l’uomo spesso si rifugia abilmente dietro al male che egli stesso va compiendo, dicendo che “tanto non si può fare nulla”. Infatti, le possibilità di compiere il male sono sempre più numerose e devastanti a causa del progresso tecnico scientifico, mentre i mezzi di comunicazione di massa consentono la diffusione delle notizie dei fatti violenti con una tale ampiezza e velocità da non lasciare il tempo di riprendere fiato da un delitto di cronaca a un altro.
Tra gli altri tuttavia, il cristiano non può assumere questa posizione di comodo per non doversi convertire, cioè per non cambiare mentalità, atteggiamenti e stile di vita in qualsiasi modo e momento sia necessario.
La parabola del fico, successiva alle citate ammonizioni di Gesù, gliene toglie l’alibi. Il fico che dovrebbe produrre frutti, infatti, non viene tagliato, ma il contadino insiste con il padrone perché gli lasci del tempo per provare a far sì che nascano i fichi dalla pianta impigrita. Cioè a dire che Dio ci da del tempo, che Dio ci fornisce tutti i doni di natura e di grazia necessari a fare quello per cui egli ci ha creati, ognuno di noi secondo le proprie caratteristiche e in base alle possibilità e ai limiti derivanti dal terreno (cioè la storia) in cui è stato seminato.
Qualsiasi cosa può accadere nel tempo che abbiamo a disposizione, ma ciò che conta è che noi abbiamo fatto tutta la nostra parte per realizzare ciò che Dio si attende da noi e per cui ci ha creati. Ciò non significa che noi siamo dei meri strumenti nelle sue mani e che egli ci usa per fini a noi estranei. Significa semplicemente che la nostra vita ha un senso autentico dato sia dall’amore di Dio per noi, sia dal fatto che ognuno di noi ha un compito, una missione. Il tempo che abbiamo non ci è dato semplicemente per non fare il male, ma per fare tutto il bene che possiamo nelle piccole cose che compiamo tutti i giorni. Il fatto poi che il tempo sia limitato non vuol dire che Dio a un certo punto perda la pazienza, ma semplicemente che siamo limitati noi. Ciò fa in certo modo parte del gioco, con l’effetto di rendere ancora più preziosa e urgente la necessità che ognuno di noi si converta, perché non sa quanto durerà il suo tempo. Vera morte, secondo questo vangelo, non è il perdere la vita fisica, ma lasciarsi andare quali vittime passive del male che agisce prepotentemente nel mondo.
Il male è fuoco che distrugge e devasta tutto ciò che incontra, senza dubbio. Ma il cristiano è diventato come un roveto ardente nel quale Dio arde e si manifesta agli altri senza danneggiarlo, anzi. Se però il cristiano è il primo a mormorare contro Dio a causa delle tante cose che non vanno, oppure a rintanarsi nel proprio guscio come una tartaruga, come potrà realizzare l’alta vocazione a cui è stato chiamato? A che serve un fico che non da frutto?

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