Tredicesima Domenica del T.O. – anno A

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Il nostro ego si espande ovunque e in continuazione perché, per effetto di una spinta innata che non riusciamo a controllare, vogliamo che le altre persone e le altre cose siano come a noi piace. Con gran fatica facciamo un passo indietro, con grande sforzo teniamo a bada la nostra tendenza a dominare, con grande pena riusciamo ad accettare che gli altri siano diversi e le cose vadano diversamente da come vorremmo noi. Ciò non capita solamente quando vediamo lucidamente e onestamente le persone agire in modo sbagliato, ma capita anche perché noi siamo convinti di sapere che cosa è giusto per gli altri e per noi.

Il nostro ego si espande sugli affetti (anzitutto familiari) nei quali ci compiaciamo e dai quali ci aspettiamo sicurezza, soddisfazione e lustro; esso fa sì che badiamo anzitutto ai nostri interessi e poi, eventualmente, a quelli degli altri; il nostro ego ci induce ad abilissimi slalom per evitare prove e sofferenze, che esso teme come la peste, perché lo mortificano. Se poi tali croci sono inevitabili, il nostro ego le abbraccia con una stranissima forma di amore che, visto dall’esterno, prende il nome di vittimismo e finanche di depressione.

Intendiamoci, non tutto ciò che facciamo è male, ma molto è segnato dal nostro ego, che vuole sempre mettere la firma su ciò che operiamo, in modo che appaia che a noi va attribuito il merito.

Gesù, il quale conosce bene il nostro cuore, sa che per strapparci a noi stessi deve parlare chiaro con noi, altrimenti non comprendiamo, perché abbiamo la testa dura, giacché siamo ostinatamente attaccati a noi stessi. Lui, Gesù, non accetta di essere un prolungamento del nostro io. Lui, Signore della vita il quale ha consegnato se stesso alla morte per conquistarci, vuole essere la causa di ciò che compiamo, vuole influenzare il nostro modo di vivere per orientarlo al bene supremo. E lo fa non tanto dandoci delle regole o prescrivendoci delle medicine, bensì ponendo se stesso al centro e sopra di tutto, in modo che egli sia causa originante e motivo finale del nostro operare: è perciò degno di Cristo chi riconosce Cristo come il sommo bene cui attingere e cui tendere e pertanto assume Cristo come criterio del proprio agire.

Le parole riportate da Matteo acquistano maggior chiarezza se le collochiamo nel loro contesto. Infatti, nel capitolo 10 l’evangelista raccoglie una serie di affermazioni di Gesù in quello che gli studiosi hanno ribattezzato il discorso missionario. Gesù invia i dodici in missione e insegna loro come si fa a essere buoni missionari: domenica scorsa esortava i suoi a non avere paura degli uomini, a parlare apertamente e a mettere in conto persecuzioni. Nel brano di oggi Gesù ricorda che i suoi discepoli non devono né portare se stessi, ma lui; né fare alcun tipo di calcolo, ma guardare fiduciosamente a Lui in ogni circostanza.

Il mondo ha, infatti, bisogno di lui: noi forse siamo utili, lui è certamente indispensabile. Quindi, per essere in grado di annunciarlo e testimoniarlo, gli apostoli devono aver scelto massimamente Lui, abbandonando il proprio io e la propria tendenza a far calcoli in anticipo.

L’apostolo diventa in tal modo di volta in volta “profeta”, “giusto”, “piccolo” perché è unito a Cristo.

A questo punto emerge una grande e sorprendente novità: chi accoglie l’apostolo accoglie Cristo e riceve la ricompensa riservata all’apostolo. Se badiamo bene, anche qui è fondamentale l’intenzione da parte del ricevente: con quale spirito egli accolga il discepolo di Cristo. La persona raggiunta dal missionario (il quale è magari insignificante o addirittura motivo d’imbarazzo sociale) può decidere di smettere di fare calcoli, può decidere di mettere da parte l’ego per aprirsi a qualcosa di più alto; e lo può fare con mezzi molto semplici: basta un bicchiere d’acqua fresca. La piccolezza dell’apostolo e la semplicità del gesto di accoglienza sono più che sufficienti a Cristo per scrutare il cuore di chi lo accoglie e, anzi, quanto più la scena è semplice e dimessa, tanto più costituisce garanzia di autenticità. Gesti di accoglienza eclatanti, rivolti a personaggi importanti possono invece ancora una volta nascondere il nostro ego e i nostri calcoli umani.

Cristo è il senso e la via, non solo perché è figlio di Dio, ma perché è morto per i suoi e quindi anche i suoi sono morti a se stessi, liberati dal loro ego e pronti a vivere non più per se stessi, ma per Lui. Così ci insegna San Paolo nella prima lettura: con il battesimo il cristiano è morto al proprio ego ed è stato unito alla morte e alla resurrezione del Signore.

La forza del peccato che ancora ci insidia non è più così potente da impedirci di amare il Signore e di seguirlo sulla via del dono di noi stessi a Dio e al prossimo.

Una risposta a “Tredicesima Domenica del T.O. – anno A”

  1. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Come è difficile accettare gli altri quando pensiamo che sbagliano…
    Grazie per aver sottolineato che Gesù è senso e via incoraggiandoci a seguirlo e valorizzando anche i piccoli gesti di amore per il prossimo.

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