Tredicesima Domenica T.O. – Anno C

Abbandonare tutto per seguire Cristo: che cosa difficile! Rinunciare agli averi, a una famiglia, alla propria volontà, per lasciare spazio nient’altro che a Lui e fare propria la sua missione. E poi, fino a dove? E fino a quando?
Fino a Gerusalemme, dice Luca, dove Gesù sarà “innalzato”. Ma questo “innalzato”, cioè posto in alto, è un riferimento alla croce o alla resurrezione di Gesù? Il termine è volutamente ambivalente e vuol significare entrambe le situazioni.
Seguirlo nella morte per poi condividerne la resurrezione.
Ma come si fa? La risposta è semplice: umanamente non si fa. Ci vuole il potere di Dio; lo stesso potere che Egli adopera per vincere la morte è il medesimo che Egli può esercitare su di noi per aiutarci a morire a noi stessi e abbracciare la sua causa sino in fondo.
Chi meglio di coloro che abbandonano tutto per seguire Cristo ha capito questo? Chi meglio di costoro attinge al potere di Cristo, grazie all’amore per Lui? Gli apostoli e la cerchia ristretta di coloro che seguono Gesù ne sono i rappresentanti, all’inizio della storia della Chiesa.
A partire da questi versetti terminali del capitolo 9 di Luca, offerti al nostro ascolto nella tredicesima domenica, l’evangelista imprime al racconto della vita di Gesù un movimento decisivo, forte e senza ritorno. Racconta infatti Luca che “Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”. E’ giunto dunque per il Signore il momento dello sprint finale, del combattimento decisivo e non più rinviabile, il motivo per cui Gesù è venuto sulla terra. Da questo momento in poi emerge in tutta chiarezza cosa sia il vangelo e quale ribaltamento di mentalità e di vita comporti per chi lo segue. Certo, l’ombra lunga del fallimento incombe su quanti si mettono in cammino su questa strada faticosa e impervia, ma il vangelo tiene conto anche di ciò.
Infatti, se l’esempio dei consacrati risplende come fiaccola luminosa per tutti i cristiani, tutti però devono stare attenti a non cadere nell’insidioso tranello di uno schema rassicurante quale il seguente: gli apostoli (leggi: i consacrati in primis e poi gli altri cristiani) sono i buoni, perché seguono Gesù fino a Gerusalemme, mentre i samaritani (leggi: quanti non fanno parte della Chiesa) sono i cattivi perché rifiutano di ospitare lui e i suoi discepoli nel cammino verso la capitale del regno d’Israele. Il vangelo di Luca ci dice che poi in realtà le cose non funzioneranno così. Intanto perché tra pochi paragrafi ci racconterà la parabola del buon samaritano, il quale dimostra di vivere la logica evangelica più e meglio del sacerdote e del levita, religiosi osservanti e irreprensibili. E in secondo luogo perché ci spiegherà che, al momento buono, gli apostoli e gli altri discepoli abbandoneranno Gesù, sebbene siano formalmente saliti con Lui sino a Gerusalemme.
E allora? Allora dobbiamo pensare che seguire Gesù è prima di tutto un dono della sua grazia e, solo dopo, opera della nostra volontà. Dobbiamo ammettere che noi oscilliamo costantemente tra il rifiuto di accogliere Gesù il quale va a Gerusalemme (leggi: rifiuto della sua croce) e la decisione di abbandonarlo nel momento della prova (leggi: rifiuto della sua croce quando diventa nostra).
All’interno di questo arco teso tra due punti, oscilla una corda che deve lasciarsi tirare molto per poter scagliare la freccia in modo tale da raggiungere il bersaglio. Il che significa: accettare di non potersi fissare su un’abitudine come se fosse quella risolutiva, di non potersi nascondere dietro le proprie auto giustificazioni quando si è sbagliato, di vivere una relazione solo se e in quanto è orientata a Cristo; comprendere che le esigenze del vangelo non sono in contrasto con i nostri doveri, ma tuttavia vengono prima di essi e talvolta ci possono imporre di tralasciarli; guardare sempre avanti (come fa Gesù il quale vede sempre  davanti a sé Gerusalemme), senza lasciarsi spaventare o ingannare da niente e da nessuno, un po’ come quando s’impara ad andare in bicicletta e si scopre che per mantenere l’equilibrio bisogna continuare a muoversi e guardare  dritto davanti a sé.

Forse allora, chi vuole seguire Cristo deve assumere umilmente e fino in fondo i panni del pellegrino, il quale si distingue da un semplice viandante perché si muove in vista di una meta. Quest’ultima dà senso alle sue fatiche, ai suoi incontri, alle sue partenze, alle sue scelte, al suo incessante andare e rende sopportabili i fallimenti.
La meta è Gerusalemme, città santa e sorgente di ogni delizia per il pio ebreo. “Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia” recita infatti il salmo 136: la speranza di ogni pellegrino è che, nonostante i suoi molti tentennamenti e cadute, la meta non si sposti dal suo posto e continui fiduciosamente ad attenderlo e a sedurlo con la sua misteriosa forza di attrazione.

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