Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario – anno A

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Perché le cinque fanciulle non condividono il loro olio? Perché lo sposo tarda? Perché sposa più di una donna?

Domande come queste nascono facilmente quando ci si accosta alla parabola delle dieci vergini. Esse nascono in parte dal fatto che Matteo non si preoccupa di confezionarla in modo assolutamente coerente e chiaro, per esempio si può comprendere cosa sia l’olio, ma è difficile dire come vada tradotto concretamente nell’esistenza. Di fatto, l’intento dell’autore è più che mai di tipo teologico: Matteo non scrive per fare la morale ai suoi lettori e neppure per descrivere loro una festa di nozze sul modello di quelle palestinesi dell’epoca, ma per fornire una lezione importante su come devono intendere e gestire il loro rapporto con Dio. In particolare egli li aiuta a comprendere come le cose ultime da essi attese (tra queste, anzitutto, il ritorno glorioso di Cristo dai cieli) devono realmente influenzare il loro modo di vivere oggi. Non solamente Luca, ma anche Matteo a quanto pare dovette far fronte alle perplessità della prima comunità cristiana alla quale pareva che Gesù Cristo risorto tardasse a tornare. La seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, testimonia quanto tale ritorno fosse atteso come imminente e come tale attesa fosse determinante nel modo di vivere il cristianesimo dei primi cristiani.

Tuttavia, come dicevamo, pareva che Cristo tardasse, con il risultato che alcuni discepoli si facevano sconti nel modo di vivere, mentre altri, al contrario, si scoraggiavano e gettavano in un certo senso la spugna.

Matteo con questa parabola ci ricorda anzitutto l’esistenza di una certezza inoppugnabile e cioè che Cristo verrà, sia come sposo, sia anche come giudice e che solo ad alcuni sarà concesso di entrare con lui nell’eterna gioia. Tale certezza, dunque, comporta una conseguenza logica, che, cioè, tale incontro va preparato prima, con un duplice atteggiamento: la prontezza unita alla vigilanza. Le vergini sagge si mantengono pronte per l’incontro, vigilando a che non venga mancare loro l’olio, qualunque cosa capiti. Alle cinque spose stolte, infatti, non è rimproverata la colpa di essersi addormentate nell’attesa dello sposo ma, bensì, la mancanza di non aver previsto la possibilità del ritardo e di non aver fatto perciò rifornimento d’olio in modo tale da presentarsi all’incontro con la lampada accesa.

Quest’olio, che si chiama prontezza, si chiama vigilanza, si chiama in fin dei conti santità personale, non può essere trasferito ad altri, allo stesso modo con cui un atleta ben preparato non può trasferire la sua prontezza a un altro compagno di squadra il quale non si sia tenuto nel dovuto allenamento. Vi sono atteggiamenti che solo noi possiamo decidere di assumere, scelte che solo noi possiamo fare e nessun altro al posto nostro. Quali siano tali atteggiamenti, tali scelte, il vangelo di oggi non lo specifica. In fondo è bene così perché, per ciascuno di noi, tenersi pronti significa qualcosa di particolare e diverso rispetto agli altri: le nozze finali saranno un incontro personale immerso in una festa comunitaria. Ovviamente, la comune festa non escluderà che per i singoli tale incontro sia anche occasione di giudizio per non aver voluto comprendere l’importanza dell’attesa del Signore e non avere agito di conseguenza. Matteo, sia chiaro, non vuole parlarci della venuta di Cristo come di una minaccia; ci ricorda semplicemente che dipenderà da noi la piega che quell’incontro prenderà; dipenderà dalle scelte che facciamo, o non facciamo, oggi.

La prima lettura ci soccorre in tal senso: ci vuole sapienza per comprendere ciò che è gradito a Dio e tale sapienza non viene da noi. Sono perciò molto incoraggianti le parole che abbiamo ascoltato: “La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l’ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni. Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza”.

Cristo stesso è a più riprese descritto dalle Scritture e dalla Tradizione come la sapienza del Padre; come a dire: lo sposo che verrà è lo stesso che oggi, nel mistero, viene a visitare le menti e i cuori di quanti, tra i suoi discepoli, lo cercano notte e giorno, per guidarli sulle vie del bene e di ciò che è a Dio gradito. Perciò non si può assolutamente intendere l’incontro delle vergini con lo sposo come un unico e severo esame senz’appello, perché non v’è giorno della nostra vita in cui Cristo Signore non ci visita con la sua grazia.

Forse così possiamo meglio comprendere il tenero entusiasmo, all’apparenza quasi infantile, con cui San Paolo nella seconda lettura parla ai cristiani di Tessalonica della venuta finale del Signore: “Il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore”.

Anche noi confortiamoci a vicenda con queste parole e da esse traiamo la capacità di attendere con gioiosa prontezza la venuta dello Sposo.

 

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