Trentaduesima domenica T.O. – Anno B

Vi sono infinite storie di generosità verso il prossimo e vi sono infinite storie di atti di fede e di amore nei confronti di Dio, che i libri non raccontano e forse non racconteranno mai, perché non degni di nota. Gesti e intenzioni intimi talmente nascosti da essere visibili solo a Dio, oppure, talmente naturali da non poter essere compresi dagli uomini. Mentre noi cerchiamo su questa terra di ricostruire la storia ripercorrendo i grandi eventi e ciò che li ha determinati (e non potremmo fare diversamente), un giorno in cielo Dio ci farà vedere un’altra storia, quella dei piccoli gesti compiuti da piccoli uomini e piccole donne, come tanti minuscoli puntini che, messi insieme, daranno la vera immagine dell’uomo, in tutta la sua dignità.
La povera vedova descritta da Marco oggi è una di costoro o forse, tra costoro, è la più radiosa per ciò che fa e per come lo fa. Getta le sue monete nel tempio, ma esse non fanno rumore cadendo nel contenitore metallico predisposto per raccogliere le offerte per il tempio di Gerusalemme, perché sono due e piccole, perciò nessuno nota. Lei però non se ne cura, non ha bisogno della lode altrui, ciò che fa lo fa perchè ci crede, perchè crede in Dio e con questo gesto si affida completamente a Lui. Non si aspetta un premio. Non sa di essere vista da Gesù e forse non lo conosce neppure. Ha perso il marito e probabilmente non ha neppure figli che la mantengano: infatti il vangelo dice che è povera.
Ora, se lei butta nel tesoro del tempio tutto quanto ha per vivere, chi si curerà di lei? Non vi pare assurdo, irresponsabile?
Se però ragioniamo così, dimostriamo di non voler capire. Non è questo il punto. Il punto è avere il coraggio di consegnare tutto ciò che si ha e tutto ciò che si è a Dio, non tanto nelle grandi cose, quanto piuttosto nelle piccole e di farlo ripetutamente. Forse mai riuscendo a farlo fino in fondo, eppure continuando a provarci sempre. Un coraggio e un’ostinazione simili possono nascere solo dalla fede. Non dalla fede in senso teorico, quella per cui credo a dei contenuti insegnatimi a catechismo e poi vivo secondo i miei criteri. Ma una fede che ama, pratica, reale, che tocca la vita, in cui so che Dio è accanto, mi guarda, si cura di me, una fede tale per cui, quando è il momento di decidere, essa entra in gioco, anzi, determina il gioco stesso.
La povera vedova crede fermamente di essere vista da Dio, ma non sa che Gesù è accanto a lei e l’apprezza, anzi addirittura l’addita come esempio ai discepoli, i quali forse erano più impegnati a considerare la generosità (pelosa) degli scribi, abituati a vedere la realtà con gli occhi del mondo e non con gli occhi di Dio.
Di tutti i vari personaggi reali (come il sordo muto o come il cieco Bartimeo) di cui Marco narra le situazioni nel suo vangelo con l’intenzione di farne degli esempi, dei simboli per chi lo legge, per chi vuole diventare cioè discepolo di Cristo, la vedova è il più luminoso, il più commovente, talmente povera e semplice nel suo affidarsi a Dio da apparire sconcertante e inarrivabile.
A me fa pensare a una povera vedova che di lì a poco getterà nelle mani di Dio tutto quanto ha per vivere: parlo di Maria, sotto la croce, quando consegnerà totalmente il Figlio a Dio e agli uomini. Ma parlo di lei anche quando, nel silenzio di Nazareth, dove solo Dio vedeva, lei accoglieva il figlio nel suo grembo o lo vegliava nella culla o rammendava le sue vesti quando se le strappava giovando con gli amici o lavorando col padre alla bottega. Totalmente consegnata a Dio nelle piccole cose, e perciò capace di essere totalmente abbandonata a Lui nell’ultima prova.

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