TRENTADUESIMA DOMENICA T.O. – C

La potenza della risurrezione si manifesta in molti modi, che i cristiani sanno riconoscere. Prima di tutto nell’Eucarestia, in cui il Risorto ci visita e ci trasforma in Lui. Poi in tutti gli altri sacramenti, con i quali ci comunica la sua forza misteriosa. Poi ogni qualvolta diamo o riceviamo amore. Poi quando accettiamo pazientemente le nostre sofferenze e portiamo fiduciosamente le nostre croci. Poi, ancora, durante esperienze di Chiesa, nelle quali percepiamo di essere parte di una realtà più grande. L’elenco non pretende di essere esaustivo, ma di esemplificare il fatto che il cristiano possiede una sorta di sesto senso grazie al quale coglie sin d’ora quei numerosi anticipi della condizione futura della quale egli spera con tutto il cuore di essere un giorno totalmente rivestito: la condizione di risorto. Allora, dice il vangelo, saremo come angeli, cioè immortali, puri, colmi di luce, uniti gli uni agli altri dal comune amore di Dio. Allora, non ci saranno più né mariti, né mogli, perché ognuno sarà legato da nozze eterne con Cristo, l’Agnello vittorioso, lo Sposo della Chiesa. Tutto sarà talmente glorioso che, quanto di bello avremo sperimentato su questa terra (come il matrimonio), ci sembrerà solamente un’ombra del futuro che staremo vivendo.
Purtroppo, ci dice San Paolo nella seconda lettura, “la fede non è di tutti”. Vi sono cristiani i quali ancora oggi sono disposti a pagare con la vita la loro adesione a Dio, come i fratelli ebrei di cui si narra nella prima lettura; le statistiche annuali dell’associazione internazionale “Aiuto alla Chiesa che soffre” riportano numeri crescenti di martiri cristiani nel mondo. Ma vi sono pure numerosissimi battezzati i quali non credono che Cristo è risorto, o comunque non credono che un tale destino possa valere anche per loro: a costoro i segni di cui accennavo all’inizio dicono poco, o comunque molto meno che ad altri. Solo Dio, che è fedele, può renderli più forti con la sua grazia.
Vi sono però soprattutto coloro i quali non credono. Sono sempre più numerosi al giorno d’oggi. Apparentemente sono la maggioranza. In che modo essi possono sperimentare la potenza della risurrezione? Per quale via anche loro possono essere colpiti dal messaggio cristiano, cioè dalla buona notizia che non solo sopravviveremo alla morte, ma che saremo coinvolti in una felicità senza fine? Ovviamente non bastano le parole. In verità, a mio parere non bastano neppure soltanto i fatti, come per esempio una testimonianza di servizio. Ci vuole qualcosa di affascinante, di bello, senza di ché la parola rimane lettera morta e il mettersi a servizio altrui con meritorie opere di carità può risultare addirittura asfissiante e logorante. Che cosa dunque potrà smuoverli dall’incredulità? Gli uomini di oggi e soprattutto di domani andranno dove vedranno la gioia. Non l’euforia, non il divertimento banale, ma la gioia pura e umile, quella dei santi. Non c’è niente di più convincente, niente di più contagioso, niente di più affascinante. Lo illustro con un’immagine. Guardate, osservate, scrutate la Santa Sindone. Essa è il segno della sofferenza per antonomasia, certo. Eppure, quanta tenerezza suscita in noi e, se volete credere che sia il telo nel quale è stato avvolto il Signore, quanta leggerezza, quanta forza spirituale, quanta gioia promana dai lineamenti di quel corpo, dalle piaghe di quell’uomo. Questa è la gioia di cui parlo: profonda, impalpabile, ma quanto mai reale. Più reale di tutto il resto. Questa gioia, il mondo non la conosce. Anzi, la nega, eppure la cerca; la cancella, eppure tenta di riprodurla artificialmente. Se il mondo la conoscesse, esso sarebbe felice. E invece, mai come oggi l’uomo è triste e annoiato. Perciò ritengo che solo la gioia del vangelo, la gioia della risurrezione convincerà tanti della verità del vangelo.
A pensarci bene, questa gioia è l’unica cosa che conta. A pensarci bene, noi cristiani non dovremmo permettere a niente e a nessuno di strapparcela, perché essa è il nostro tesoro più prezioso (più di ogni altro bene terreno), perché senza di essa nessun contagio è possibile, né per il missionario che parte per terre lontane, né per il cristiano che continua a vivere nella sua terra. La gioia del Risorto è il nostro apporto specifico alla storia terrena: non lasciamocela rubare, altrimenti nessuno più potrà sollevare il triste sipario che è stato calato sul mondo.

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