Trentaquattresima Domenica del Tempo Ordinario: Solennità di N. S. Cristo Re dell’universo – Anno A

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“You did it to me”, ripeteva continuamente madre Teresa di Calcutta alle sue religiose e a quelli che incontrava. “L’avete fatto a me”, frase di cinque parole tanto in inglese quanto in italiano che, diceva lei, sono facili da ricordare perché stanno sulle dita di una mano; dove quel “me” che Cristo riferisce a se stesso, cade proprio sul mignolo, vale a dire sul dito più piccolo. Esso è utile a simboleggiare i piccoli e gli ultimi di cui parla il vangelo di oggi, che è tratto dal capitolo 25 di Matteo, ultimo brano del tempo liturgico ordinario nel ciclo A, inserito oltretutto nella solennità in cui si festeggia Cristo Re dell’universo.

Chi sono questi “fratelli più piccoli” con i quali Cristo s’identifica? Una prima e corretta esegesi ci dice che (stando all’utilizzo delle parole “fratelli” e “piccoli” nei vangeli) essi sono i discepoli di Gesù i quali sopportano numerose sofferenze e ingiustizie a causa della loro fede. Dal momento, però, che facendosi uomo Cristo si è reso fratello in umanità di ogni uomo, che morendo sulla croce si è sacrificato per tutti e si è identificato specialmente con i poveri e i sofferenti era inevitabile che, storicamente, sin dall’inizio i cristiani si sentissero provocati e attratti a riconoscere in ogni uomo “ultimo” il loro Signore. Madre Teresa di Calcutta è, in tal senso, fulgida esponente della schiera dei cristiani che ovunque da duemila anni servono il Cristo nel povero, nel malato, nel disprezzato.

I cristiani non hanno mai idealizzato i poveri e non hanno mai cucito poetici ricami sulla miseria, sulla malattia, sul carcere e via discorrendo come si farebbe su dei morbidi cuscini; neppure San Francesco d’Assisi. Tuttavia hanno capito che in questo brano di vangelo era in gioco qualcosa d’importanza capitale. Se, infatti, Cristo dice che egli s’identifica con questi ultimi a tal punto che, quando si è in loro presenza, si è davanti al giudice dell’universo in persona allora ciò significa che lì c’è in ballo qualcosa di veramente serio.

Di cosa si tratta? Si tratta del fatto che quel povero, quel malato, quel carcerato, quell’uomo privo di vestiti sta sopportando su di sé qualcosa del male che avvelena il mondo; perciò è come un sacramento di Cristo, un luogo in cui Cristo sta portando ora la sua croce, un uomo con cui Egli la sta misteriosamente condividendo, che Egli sta chiamando in modo misterioso a collaborare alla redenzione del mondo. L’ingiustizia di cui siamo tutti corresponsabili si sta abbattendo su quell’essere umano; per la grazia di Cristo il dolore di quest’ultimo è partecipazione al dolore del Crocifisso ed è quindi salvezza per gli uomini. Se comprendo questo, che cioè mediante quell’essere umano Cristo mi sta salvando in modo speciale (come fosse un’eucarestia vivente), allora capisco perché e in che senso l’atteggiamento che assumo nei suoi confronti è per me occasione di salvezza o di condanna. Distogliere lo sguardo da lui, fingere l’inesistenza di questo fratello, è allontanarsi da Cristo Salvatore; al contrario andargli incontro è riconoscere che proprio lì, in quel modo, Cristo sta regnando, così come regnava quando, incoronato di spine, moriva per noi sulla croce; aprire gli occhi e le mani significa dunque affiancarsi a quel fratello come Simone di Cirene a Cristo, nel portare quella croce che sola salva il mondo.

Non importa che quel fratello sia puzzolente, che mi schifi; così com’è superfluo considerare che magari quel fratello sia stato ingiusto e quindi giustamente condannato, oppure che in vario modo se la sia cercata: siamo tutti partecipi della medesima ingiustizia, allo stesso modo con cui Cristo, con il suo perdono, ci ha al contrario resi tutti immeritatamente partecipi della sua giustizia.

Noi cristiani saremo giudicati per primi su questo, perché abbiamo saputo e capito di più di ogni altro a riguardo e inoltre perché l’amore di Cristo ci spinge, dal momento che Cristo ha dato se stesso per noi e quindi anche noi dobbiamo dare noi stessi per gli altri.

Anche gli altri, però, saranno giudicati ugualmente, perché una coscienza è stata data a ogni uomo: per mezzo di tale “organo” interiore ognuno è reso capace di udire il grido di dolore dei fratelli e può decidere di rendersi sensibile ad esso e quindi d’intervenire fattivamente. In tal modo ognuno può diventare più umano e avvicinarsi a quella dimensione di vera povertà e povera verità che è l’unica strada per accedere a Dio. Lo ripeteva spesso alle sue monache un’altra grande Teresa, cioè Santa Teresa d’Avila: l’unica via per raggiungere Dio è l’umanità di Cristo. Chi non tocca questa umanità non umanizza se stesso e perciò non può pretendere di essere divinizzato, perché Dio, nell’ultimo giorno solleverà a sé e renderà pienamente partecipi della sua gloria divina solamente coloro i quali abbiano veramente e seriamente fatto i conti con l’umano. E quanto più in basso saranno scesi nell’abbracciare l’umano presente nei fratelli, tanto più in alto saranno innalzati alle divine glorie celesti.

Chi penserebbe mai che un malato terminale, un piccolo bimbo magari neppure ancora nato, un sudicio mendicante, un detenuto e quanti altri ancora, possiedano un simile talento a vantaggio di tutti?

Davvero le vie di Dio sono giuste, imperscrutabili e sorprendenti.

Una risposta a “Trentaquattresima Domenica del Tempo Ordinario: Solennità di N. S. Cristo Re dell’universo – Anno A”

  1. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Caro Emilio il tuo “sguardo” con il riferimento a Madre Teresa rende sempre più straordinaria e illuminante la sua opera nel tradurre con tutta la sua vita una pagina di vangelo certo non facile da applicare integralmente (penso ai carcerati per giusta causa per delitti atroci su bambini, donne senza tetto, immigrati…)

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