Trentatreesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Ecco il Link alla liturgia di oggi

La liturgia della parola di queste ultime tre domeniche del Tempo Ordinario dell’anno liturgico detto “A” è sostanzialmente dedicata a meditare sull’intero capitolo venticinque del vangelo di Matteo, nel quale tre parabole preannunciano il ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Esso sarà occasione di: ingresso nelle nozze eterne (le dieci vergini); ricompensa per il lavoro compiuto (i talenti); compiacimento per aver riconosciuto e accolto Cristo nel povero (il giudizio). Tale incontro, però, sarà anche resa dei conti e giudizio finale, nel quale matureranno definitivamente le conseguenze scaturite dagli atteggiamenti, dalle parole, dalle scelte e dalle azioni concrete, adottati da ciascuno nel corso della sua storia mortale. Chi avrà conservato l’olio, chi avrà trafficato i suoi talenti, chi avrà servito Cristo nel povero sarà salvato, anzi, di più, incoronato con la gloria immortale. Viceversa, chi avrà agito nel senso opposto, sarà parimenti escluso dalla comunione con Dio; pertanto, poiché Dio è luce e pace, si autocondannerà da se medesimo alle tenebre e alla dannazione.

Nulla ci autorizza a considerare tali parole, forti ed esplicite, alla stregua di semplici miti o di accorgimenti pedagogici adottati da Cristo per incuterci un timore utile soltanto a spronarci, escludendo a priori che poi realmente ci sia una condanna. Queste parole, invece, vanno prese sul serio e devono indurci a un atteggiamento di costante revisione sulla nostra vita. A nessuno è chiesto (con ciò) di essere perfetto, ma a ognuno è chiesto di mettercela tutta, aiutato dalla grazia di Dio, per corrispondere alle serie e giuste aspettative che questi ha nei confronti di ogni essere umano il quale si proclami figlio Suo e fratello di Cristo, come noi cristiani abbiamo il dono e la responsabilità di sapere e poter proclamare, in virtù del battesimo ricevuto.

Oggi, in particolare, ascoltiamo la parabola dei talenti, che ci richiama vigorosamente a metterci in gioco, a trafficare i doni ricevuti da Dio, il quale nella sua generosità infinita, colmandoci di doni in continuazione, si aspetta che a nostra volta viviamo secondo il medesimo spirito di generosità nei riguardi dei fratelli, mentre al contrario è offeso dalla durezza e dall’avarizia con cui spesso noi, suoi figli, trattiamo Lui e gli altri.

In effetti, è particolarmente antipatico, anzi odioso, nella parabola il terzo servitore, il quale meschinamente si limita a nascondere sotto terra il talento ricevuto e apostrofa il padrone con parole maligne. Nel narrarci questa parabola, l’evangelista non vuole spingerci a un efficientismo superficiale o sfiancante, bensì insegna che Dio non sopporta l’indolenza, la pigrizia e tutto ciò che ne deriva, come ad esempio la sterile ripetizione di ciò che si è sempre fatto e la totale indisponibilità al cambiamento e al rischio.

Giova forse a questo punto provare a chiarire cosa sia il talento di cui parla il vangelo di Matteo. Esso era più che una moneta: era un vero e proprio peso, corrispondente a circa 34 chili di argento, somma che un semplice operaio poteva pensare di guadagnare (se tutto andava bene) in 30 anni di lavoro. Capiamo subito che, anche l’ultimo servo (il quale in prima battuta ci pare meno fortunato degli altri), in realtà aveva avuto un congruo anticipo da far fruttare; ciò significa che, come dicevamo, Dio era stato generoso anche con lui, mentre al contrario, decidendo di seppellire il talento ricevuto, il servo infingardo non aveva fatto altro che seppellire la propria vita.

I talenti sono dunque i doni naturali, le qualità che ognuno di noi dovrebbe trafficare affinché portino frutto? A ben scrutare il testo, non proprio. Matteo, infatti, dice che i talenti sono affidati ai tre “secondo le capacità di ciascuno”. Le qualità, le capacità sono dunque date per presupposte e costituiscono la base su cui avviene il conferimento dei talenti stessi. Se questo ragionamento è corretto, dobbiamo dedurne che i talenti cui allude il vangelo sono piuttosto i compiti e quindi le responsabilità che Dio ci affida, a ciascuno secondo le sue capacità.

Facciamo un esempio: a San Giuseppe Dio affida i suoi talenti più preziosi, cioè Gesù e Maria. Questi talenti sono la ricchezza e il compito di Giuseppe e dunque la sua responsabilità. Dio non gli chiede di più di quello che può dare, perché San Giuseppe ha le capacità per farlo, che gli vengono anch’esse da Dio, delle quali era stato dotato in vista della sua missione. Sappiamo che San Giuseppe ha coinvolto tutto se stesso per gestire bene quei meravigliosi talenti nel corso della sua vita terrena, proteggendoli e mettendosi totalmente al loro servizio. A lui Dio avrà certamente rivolto quelle consolanti parole: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il “poco” nel suo caso è da riferirsi ovviamente alla povertà, al nascondimento e umiltà nei quali gli è stato chiesto di vivere, a vantaggio del figlio putativo e della madre.

Comunque siano da intendersi, tornando ai nostri talenti, è sbagliato che Dio, in forza della stima che nutre verso di noi, si aspetti un coinvolgimento umile ma attivo da parte nostra per la realizzazione del suo disegno di salvezza? E’ sbagliato che Dio, nostro creatore ma altresì nostro salvatore, pronto ad assisterci costantemente con i benefici della sua grazia, si attenda da noi un atteggiamento corrispondente alla sua generosità? E’ forse sbagliato che egli ci doni delle capacità (naturali e soprannaturali) e ci affidi dei compiti a esse riferiti?

La risposta mi pare vada da sé.

Una battuta di San Pio da Pietrelcina mi risuona in questo istante. Essa è in qualche modo confacente al nostro discorso e recita: “Ricordalo: è più vicino a Dio il malfattore che ha vergogna di operare il male che l’uomo onesto il quale arrossisce di operare il bene”.

 

 

 

 

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