TRENTATREESIMA DOMENICA T.O. – C

Circa quarant’anni dopo il discorso riportato da Luca, cioè nel 70 dopo Cristo, le parole di Gesù si avverarono: Gerusalemme fu invasa dalle truppe di Tito e il tempio fu distrutto. I contemporanei di Gesù, i quali ammiravano il tempio e le sue pietre votive, come annota l’evangelista, mai avrebbero creduto che da li a poco il loro edificio sacro sarebbe stato raso al suolo per la seconda volta nella storia. Ancora oggi, ne sopravvive soltanto l’enorme basamento, meglio conosciuto con il nome di “muro del pianto”.
E tuttavia Gesù non pare curarsi particolarmente della disgrazia appena profetizzata a riguardo del tempio. Preferisce piuttosto cogliere l’occasione per fare un discorso assai deciso ai suoi discepoli, nel quale predice guerre e calamità che colpiranno tutto il mondo, ma soprattutto persecuzioni, divisioni, tradimenti, uccisioni, processi, incarcerazioni a carico anzitutto dei suoi discepoli. Costoro dovranno aspettarsi tutto ciò, dovranno non spaventarsi, non terrorizzarsi, non preparare prima la loro difesa in tribunale, non lasciarsi ingannare dai falsi profeti, non seguirli, non pensare che sia subito la fine di tutte le cose, ma piuttosto perseverare sino all’ultimo istante nella fedeltà al vangelo e nell’attesa del Signore.
L’evangelista Giovanni, narrando l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio, ricorda che Gesù pronuncia le seguenti parole: “Distruggete questo tempio e io lo farò risorgere in tre giorni” e, annota ancora Giovanni, “Egli parlava del tempio del suo corpo”. Ciò costituirà poi uno dei capi d’accusa nei confronti di Gesù durante il processo farsa che lo condurrà alla condanna a morte. Ebbene, notiamo che anche Luca, nel vangelo odierno, collega il tempio di Gerusalemme al corpo di Cristo, solamente che qui il corpo di Cristo non è unicamente il corpo fisico del Risorto, ma il suo corpo totale, vale a dire la Chiesa. Cristo considera i cristiani come il suo corpo, ognuno di loro egli ha unito a sé con il battesimo: i cristiani sono quindi il suo vero tempio, perché lui abita in loro. Quando infatti Cristo appare a Saulo, persecutore dei primi cristiani, sulla via di Damasco gli chiede: “Perché mi perseguiti?”: non c’è differenza per il Signore tra le sofferenze da lui sopportate nella sua vita terrena e i dolori che i cristiani sostengono per amore suo. Ciò che è accaduto al tempio di Gerusalemme è prima accaduto a Cristo. Ciò che accade nel mondo, accade prima ai cristiani: su di essi per primi si riversa l’odio, l’invidia e la menzogna.
Cristo, infatti, ammonisce i suoi dicendo: “Prima di tutto questo (cioè prima dei fatti terrificanti che egli preconizza) metteranno le mani su di voi”. Giova ricordare che, sebbene il termine “prima”, sia il più delle volte usato come avverbio di tempo, qui non indica anzitutto una precedenza storica, come a dire per esempio: “prima uccideranno voi e poi gli altri”; indica piuttosto una precedenza teologica, tutto sommato facile da capire, perché in fondo Cristo dice: “siccome in voi abita il mio spirito, la mia verità, il mio amore, sappiate che il male del mondo si scatenerà su di voi più che su tutto il resto, perché, come il mondo non ha sopportato la visita del Salvatore, così non tollererà la presenza di coloro che credono in lui e vivono secondo il suo vangelo”.
I cristiani devono ricordare che tutto ciò “vi darà occasione per rendere testimonianza”, accettando però che il peso, il valore, l’efficacia di tale testimonianza sia non nelle loro mani, bensì in quelle di Dio; accettando di dover passare attraverso il medesimo fallimento subito da Cristo; accettando perfino di essere messi a morte, nella serena certezza che “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.
Così insegnava un antico autore cristiano del secondo secolo alla sua comunità: “Convinciamoci di questo, fratelli e sorelle: noi siamo messi alla prova da Dio e ci esercitiamo in questa vita, per esser coronati nella vita futura. Tra i giusti nessuno ha mai ricevuto la ricompensa troppo presto, ma ha dovuto aspettarla. Se infatti Dio desse subito la ricompensa che spetta ai giusti, ne avremmo certo un vantaggio immediato, ma perderemmo un’occasione per dimostrare l’amore e la speranza in Dio”. Come, infatti, ho altre volte avuto modo di dire, il martirio, prima di essere il destino cruento riservato ad alcuni cristiani, è anzitutto una disposizione d’animo, un atteggiamento interiore caratterizzato dal desiderio di imitare Cristo sino in fondo, seguirlo ovunque e ovunque testimoniarlo, giacché l’amore comporta un imperioso bisogno d’imitazione, come insegnava nei suoi scritti il grande beato Charles de Foucauld.

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