Trentesima Domenica T.O. – Anno B

Mentre l’anno liturgico si avvia alla conclusione, noi prestiamo attenzione agli ultimi racconti dell’evangelista Marco i quali precedono i capitoli conclusivi del suo scritto ispirato. Tali capitoli verteranno sui tempi ultimi, immediatamente precedenti il ritorno glorioso del Signore, e sulle ultime ore della sua vita, caratterizzate dalla sua passione, morte e risurrezione. A causa di tali e tante vicende dolorose e tremende che attendono non solo il Signore, ma tutti i suoi discepoli, ciascuno di costoro potrebbe chiedersi: “Come sarà possibile resistere nella dura lotta? Come potremo attraversare indenni l’arido deserto che si dispiega davanti a noi?”.

Ebbene, in questa domenica e nelle due successive, Marco c’insegnerà che tre sono le virtù, cioè le qualità, le forze morali interiori, che il discepolo non deve mai abbandonare, che deve mantenere accese a ogni costo, naturalmente sempre sorretto dall’aiuto di Dio, invocandolo e appoggiandosi su di esso: la fede, la speranza e la carità.

Il brano di oggi ci parla di Bartimeo, cieco, il quale crede in Gesù, lo sente passare e grida affinché il Maestro si fermi, lo raggiunga e lo guarisca. Ma la gente intorno a lui lo rimprovera, gli intima di tacere. E lui cosa fa? Si scoraggia? No, anzi: grida ancora più forte e il suo urlo raggiunge le orecchie di Gesù, il quale obbliga i circostanti a fare la cosa opposta a prima, cioè a chiamarlo, questo povero cieco, a incoraggiarlo, così che il Signore possa incontrarlo e guarirlo.

Di quale delle tre virtù stiamo parlando? A mio parere, della speranza. Spesso infatti noi, che ci consideriamo discepoli di Gesù, pur non smettendo di credere che Lui esiste e che è il Signore, smettiamo di sperare nel suo aiuto, smettiamo di gridare a lui con la forza della nostra disperazione, ci rassegniamo a trascinarci dietro il carretto della nostra vita, senza più prospettive: “Tanto è impossibile, non c’è soluzione”, pensiamo. E chiudiamo la porta alla novità. In aggiunta, tutto pare congiurare contro la flebile speranza che c’è in noi, specialmente oggi giorno, in cui pessimismo e cinismo la fanno da padroni quasi ovunque.

Ieri una cara amica postava su facebook uno scritto di cui ignoro l’autore/autrice, che diceva così:

“Poi ti abitui, sai…
Al caffè con poco zucchero
a non mettere troppo sale
a non guardare l’orologio
ad avere più pazienza
alla gente che non saluta
all’indifferenza
a stare più da sola
a non chiedere aiuto
a vivere alla giornata
a credere di più in te e non aspettarti niente dagli altri.
Ti abitui a tutto
anche alle mancanze, alle partenze,
alle delusioni, alle mazzate al cuore,
come a un lutto.
Dentro. Ti abitui.”.

 

E’ triste constatare come per molti la vita possa diventare un peso, come la solitudine diventi l’unica compagna di cammino per una strada senza uscita. Ma è stato ancora più triste per me constatare, grazie alla ricerca di google, quante volte questa poesia sia citata e ripetuta su internet: segno che rispecchia lo stato d’animo di tante persone, deluse, sole e tristi. Senza speranza, appunto.

Bartimeo, cieco e mendicante, da una parte è simbolo di questa nostra umanità mal concia e coloro che lo attorniano, individualisti e cinici, lo sono altrettanto. Ma nello stesso tempo Bartimeo è una provocazione per noi, giacché non si rassegna assolutamente alla sua situazione (e qui non ci interessa sapere se è cieco per colpa sua, o di altri, o del destino), ma reagisce con tutte le sue forze, raccogliendole in un grido di speranza che s’infigge dritto nel cuore di Gesù, il quale non può e non vuole fingere di non sentirlo.

Dove ha trovato Bartimeo questa capacità? Certamente è un dono di Dio, perché le virtù teologali (così sono definite infatti la fede, la speranza e la carità) sono tali in quanto vengono da Lui e portano a Lui. Tuttavia dobbiamo anche presumere che il povero Bartimeo sia stato in qualche modo obbligato dalla sua condizione a vivere di speranza: speranza che qualcuno gli facesse un’elemosina, speranza che qualcuno lo aiutasse a camminare sulla strada giusta, speranza che qualcuno gli rivolgesse una parola. Forse proprio la sua condizione di emarginato lo aveva allenato a sperare contro ogni speranza, ogni giorno. Bartimeo ha potuto vincere su se stesso e sulla folla perché era sua necessità e dunque sua abitudine coltivare costantemente la virtù della speranza. Perciò ha potuto essere più forte della massa che lo scoraggiava unanimemente.

Infine, spinto dalla speranza e incoraggiato da Cristo, Bartimeo, un attimo prima del miracolo, correrà l’ultimo rischio, compirà l’ultimo atto apparentemente assurdo, e cioè abbandonerà addirittura il proprio mantello, vale a dire tutto quello che aveva per proteggersi, al fine di potersi meglio slanciare verso Gesù di Nazareth, che non vedeva ancora con gli occhi del corpo, ma che sapeva di avere davanti e accanto a sé, pronto a salvarlo.

“E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”, una strada la cui mèta è un premio prezioso oltre ogni umana aspettativa, una strada lungo la quale la folla si raccoglierà camminando dietro al povero Bartimeo, il quale ha insegnato a tutti a sperare in Cristo contro ogni speranza.

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