TRENTESIMA DOMENICA T.O. – C

La contrapposizione tra il pubblicano e il fariseo è talmente marcata da renderci immediatamente simpatico il primo e antipatico il secondo. Se questi, infatti, nutre l’intima presunzione di essere il migliore e perciò, mentre tratta Dio come un servo disprezza il prossimo, l’altro invece sa di essere sceso molto in basso a causa del proprio peccato; eppure, nonostante tutto, si rivolge a Dio come al padrone di casa e come a un padre. Così, la scena fortemente contrastata, offerta dalla parabola lucana, ci offre lo spunto per comprendere quale sia la chiave della preghiera (e più in generale di un corretto rapporto con Dio) secondo Cristo: ebbene, la chiave in grado di aprire la porta del cuore di Dio è senza dubbio l’umiltà. Che cosa sia l’umiltà è tema sul quale, in secoli di storia della Chiesa si sono spesi maestri spirituali e santi, lasciando scritti fondamentali, il cui contenuto resta quale patrimonio per tutte le generazioni successive. Non sarò dunque certo io a esaurire il significato di questa parola nelle poche righe di un modesto commento al vangelo odierno. Tuttavia possiamo qui precisare in proposito un paio di aspetti importantissimi.

Il primo: l’umiltà ha a che fare con la verità. Una persona umile è tale perché riconosce semplicemente e ovunque la propria povertà; perciò, per esempio, quando discute non ha bisogno di far sapere agli altri che quanto loro stanno dicendo lei lo sa già e lo ha già fatto molto meglio di loro. Ella, piuttosto, offre ciò che sa e ciò che può generosamente e senza pretesa. Inoltre, sempre a modo di esempio, non teme di riconoscere i suoi sbagli apertamente davanti agli altri ed è disposta a ricominciare nuovamente da capo. Il secondo aspetto: noi stiamo parlando di umiltà evangelica, quindi cristiana, il che significa che essa nasce dalla fede in Dio e mantiene sempre Dio come punto di riferimento. Ovviamente, il Dio che Cristo ha rivelato con la sua incarnazione, morte e resurrezione, cioè Trinità d’amore infinito. La fede in un Dio sovrano, che tuttavia è amore, fa comprendere al cristiano quanto grande sia la sua distanza da Lui, quanto grande sia il suo peccato, ma contemporaneamente fa sorgere nel cuore del credente la serena e ostinata fiducia che Dio voglia e possa perdonarlo, la fiducia che l’amore di Dio possa rendere amabile un’anima che da se stessa non lo sarebbe. Un cristiano, il quale creda veramente all’amore di Dio, perciò, non può cadere né nella depressione (poiché l’umiltà nasce dalla fede nell’amore di Dio), né nell’autoesaltazione (poiché l’umiltà è figlia della verità). L’umiltà dunque stabilisce e mantiene quella correttezza, quella giustezza di relazione con Dio tale per cui Dio scende volentieri a visitare quell’anima e a ricolmarla di beni invisibili, spirituali, ma spesso pure visibili e materiali. Al contrario, Dio non può che respingere da sé quanti, convinti di essere pieni di meriti, non sono altro che orgogliosamente gonfi di se stessi. Infatti, essi sono sia vuoti, sia impossibili da riempire di qualsiasi grazia, poiché sono ermeticamente chiusi su di sé e incapaci di relazione. Essi passano il tempo a usare Dio e chiunque altro come specchio riflettente di ciò che essi vogliono vedere. Essi non sono nella verità e perciò neppure nell’umiltà. Lascio a voi la valutazione di quanto frequentemente capiti d’incontrare persone simili e quanto sovente possiamo sorprendere anche noi stessi in un atteggiamento così nauseante.

Prima di concludere, mi è gradito fare un paio di riferimenti alle altre due letture proposte in questa trentesima domenica del tempo ordinario che, personalmente trovo estremamente toccanti, oltre che utili ad approfondire il tema dell’umiltà.

Il primo, tratto dal libro del Siracide, ci dice che: “La preghiera del povero attraversa le nubi”. L’espressione, poeticamente stupenda, ci fa capire come già nell’Antico Testamento fosse chiaro con quale predisposizione interiore, il pio israelita dovesse rivolgersi a Dio. Ebbene, Cristo l’ha ripetuta, insegnata e vissuta sino in fondo, affinché fosse tanto più chiara per noi, quali discepoli di Colui che si è fatto servo nostro.

Il secondo è ovviamente San Paolo, il quale comincia la sua carriera da fariseo irreprensibile, tutto d’un pezzo, fiero e accanito persecutore dei cristiani, assolutamente sicuro di sé e della sua religiosità e la finisce non solo da grandissimo santo, ma da uomo immensamente umile, pacato, autentico e misericordioso. Egli scrive al suo discepolo Timoteo e gli racconta come tutti gli altri cristiani lo abbiano abbandonato nel processo davanti al tribunale romano, ma dice pure: “Nei loro confronti, non se ne tenga conto”. E, infine, il motivo di tanta forza: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”.

Parole simili si commentano da sé e ci infondono la fiducia che la grazia di Dio possa far nascere anche in noi quell’umiltà che nasce dalla fede e dalla verità in Cristo, così da coltivare anche noi come San Paolo l’umile certezza che “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

Lascia un commento