Trentunesima Domenica del T.O. – Anno B

Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente « pio » e compiere i miei « doveri religiosi », allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto « corretto », ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un « comandamento » dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è « divino » perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, sino a che, alla fine, Dio sia « tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).

Con queste parole Benedetto XVI, nella Lettera Enciclica DEUS CARITAS EST (n° 18), sintetizzava il contenuto del vangelo odierno, concernente il duplice comandamento dell’amore a Dio e al prossimo. Esse forse possono apparire difficili per alcuni, ma sono una sorta di cartello stradale utile per interpretare le parole dello scriba e di Gesù riportate da Marco in un passo di capitale importanza per ogni discepolo. Se la scorsa domenica era la speranza la virtù esemplificata, oggi è senza dubbio la caritas, cioè l’amore che nasce da Dio, ma che si verifica nel prossimo. Affinché però ciò avvenga, bisogna stare attenti al duplice trabocchetto descritto nella prima parte del su citato intervento: si rischia di cadere facilmente in un culto vuoto, formale, oppure si dimentica di vedere Dio nel fratello.
Ma da dove si deve partire per riuscire nella sintesi dei due comandamenti? Ancora una volta, la riposta è: da nessun altro che da Cristo. Il suo sacrificio sulla croce è il punto d’amore più alto in cui il culto perfetto a Dio e la dedizione piena al prossimo s’incontrano e “si baciano”; e infine si riversano sul mondo sotto forma di misericordia e di forza rinnovatrice, come ci ricorda l’immagine della ferita aperta nel costato di Gesù, da cui sgorgano sangue e acqua.
Un discepolo il quale pensi di poter amare seguendo un’altra via, presto o tardi dovrà ricredersi e ricominciare dal venerdì santo, dall’amore crocifisso sul legno.

Che parole profonde e vibranti risuonano oggi: “Egli è l’Unico”, “Amarlo con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente”, “Amare il prossimo come se stessi”! Si badi bene: sono tutte citazioni tratte dalla Bibbia, dall’Antico Testamento, che i pii ebrei conoscevano, ma che solo Cristo potrà realizzare veramente e sino in fondo, per loro e per noi.
Tuttavia oggi qualcuno potrebbe obiettare che tali parole sono troppo forti, perfino esagerate. Intanto infatti, ognuno ha diritto ad avere di Dio la concezione che preferisce, per cui non pare il caso di insistere troppo sul fatto che Egli è unico: potrebbe offendere qualcuno. In secondo luogo, l’amore al prossimo è in realtà ciò che conta, prescindendo dall’amore di Dio, ma l’amore al prossimo comunque va mantenuto entro i limiti del buon senso, cioè con misura ed equilibrio, perchè il “benessere” di ognuno di noi, il “me stesso” viene prima di tutto.
A mio parere tali obiezioni nascono vuoi da un certo torpore spirituale nel quale spesso siamo immersi senza accorgercene, vuoi dalla convinzione che “troppo” Dio o “troppo” prossimo possano essere perfino dannosi.
In effetti, quando ascolti la notizia per cui finalmente, dopo 9 anni di carcere, la corte suprema del Pakistan ha decretato l’assoluzione della cattolica madre di famiglia Asia Bibi da un inesistente reato di blasfemia nei confronti del profeta Maometto, può venirti da pensare che Dio è meglio non amarlo troppo, che è meglio usare un po’ di moderazione nella religione, altrimenti si diventa fanatici e si faranno soltanto danni.
Ma poi quando a Torino vedi muri riempiti di bestemmie in locali pubblici o senti i giovani bestemmiare con disinvoltura e spavalderia, pensi che gli estremi si toccano: là si uccide l’uomo in nome di Dio, qui si uccide Dio in nome dell’uomo. In entrambi i casi a regnare non è l’amore, ma l’odio.
No, non illudiamoci, non c’è una via media: secondo il vangelo odierno, o si ama, oppure no. Non c’è alternativa. Il compianto e santo cardinal Ballestrero, in tempi che paiono ormai lontanissimi per quanto erano diversi dagli attuali, diceva: “I fanatici non li voglio neanche per Gesù Cristo!”. Ovvio, pienamente condivisibile. Ma un conto è un fanatico, un altro è un innamorato, quale senza dubbio era il compianto cardinale. L’ideologia, ovunque si manifesti è agli antipodi dell’amore, perchè l’ideologia ti fa vedere solo ciò che tu vuoi, mentre l’amore ti fa vedere l’altro, così com’è: essere fragile, sì, ma amato da Dio.

Quanto spesso “l’Amore non è amato” (come lamentava San Francesco d’Assisi) e quanto spesso il fratello giace dimenticato in un angolo del nostro cuore. Solo Cristo può smuoverci dal di dentro con la sua grazia e renderci capaci di un amore più grande, un Amore simile al Suo, senza il quale non c’è né salvezza, né pace: né per l’uomo, né per Dio.

Lascia un commento