Undicesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

In confronto all’epoca in cui è vissuto Gesù, la nostra si differenzia da essa, tra gli altri, per almeno due aspetti. Il primo è che la nostra vita, prevalentemente cittadina, è tipicamente artificiale, con poca dimestichezza della natura. Il secondo è che, mediante la tecnologia, siamo in grado di padroneggiare il sorgere e il crescere della vita, dall’ambito vegetale a quello animale: tutto pare dipendere da noi, prima, durante e dopo.
Così si pone un problema: siamo in grado di capire anche solo da un punto di vista naturale, umano, gli esempi semplici, immediati e ovvi che Gesù ci fa nelle parabole citate nel vangelo odierno per spiegarci cosa è il regno di Dio?
Mio zio era un bravo contadino: stando con lui in campagna nei mesi estivi, potevo toccare con mano cosa volesse dire per lui arare, seminare, concimare, attendere le piogge. Passeggiavo con lui nei campi la sera, quando ero bambino, per constatare come stesse crescendo la seminagione; in quei momenti, con i gesti e le parole, mi trasmetteva la sua pazienza nell’attendere una crescita che non dipendeva da lui, insieme alla sua fiducia che infine il raccolto sarebbe avvenuto. Sono sicuro che quando ascoltava questo vangelo la domenica a messa lo comprendeva benissimo: era normale che un seme crescesse non già perchè lui, il contadino, lo spingesse, bensì di forza propria, spontaneamente. Era normale che vi fosse una sproporzione enorme tra un innesto di un piccolo melo e l’albero grande e fruttifero che ne sarebbe risultato dopo pochi anni; che cioè le natura rivelasse una grande potenza.
Spesso invece non è più normale per noi, che al supermercato compriamo i frutti della terra belli puliti e impacchettati, forse neppure sapendo se un tubero cresce nella terra o su un ramo.
Se ciò è vero, quali le conseguenze dal punto di vista evangelico?
Una probabilmente è di non tenere conto delle parole di Gesù, perché semplicemente non sappiamo dove collocarle, non ne abbiamo una naturale esperienza. In tal modo, viene meno da parte nostra la sottomissione a una logica divina che invece dovrebbe permearci in tutto e per tutto. Tale logica chiama in causa la potenza di Dio, il silenzio in cui essa abitualmente lavora, la sua infallibilità, il suo essere prioritaria su tutto il resto, la magnificenza dei suoi risultati.
Un’altra conseguenza è di interpretare passi evangelici come questo con due possibili equivoci: o in modo da ritenere che l’uomo non abbia nulla da dire, nulla da fare, perché tanto fa tutto Dio, oppure in modo magico, come se tutto dovesse accadere per un incantesimo fatato. Va ricordato invece che noi siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio, purché sia chiaro che è la Sua opera, così come un buon agricoltore fa tutta la sua parte per accompagnare la crescita del seme. Subito dopo va detto con molta chiarezza che lo stile soprannaturale con cui Dio agisce, si realizza in modo naturale: non fa violenza né al creato, né alla storia, altrimenti Dio contraddirebbe se stesso. Si badi: egli ha creato tutto ciò che ha creato in modo che l’uomo potesse naturalmente accogliere la sua grazia soprannaturale. Per capirci: non è tanto che Gesù usa la logica del seme e del granello di senapa per farci capire una legge diversa. E’ invece che Dio ha stabilito che il seme si comportasse così, perchè così è il Suo stile e perchè l’uomo allora, anche lavorando la terra e accompagnando la crescita di un seme, potesse comprenderlo bene, questo stile, in cui il Dio creatore, nella natura rivela molto di se stesso, sebbene non definitivamente. Ci vorrà infatti Cristo perchè noi potessimo comprendere le parabole odierne: lui è il seme, lui è l’albero grande, in lui il Regno di Dio si è stabilito e manifestato definitivamente tra  di noi. La prima cosa che dobbiamo fare, coerentemente con quanto si è detto, è pregare che il Suo regno venga, come una pianta germoglia dalla terra e rallegra il contadino che ripone in essa tutte le sue speranze per sé e per la propria famiglia.

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