Ventesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

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“I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”, afferma San Paolo nel brano della lettera ai Romani riportato nella seconda lettura. Da cristiani, siamo usi a pensare che Dio si coinvolge nella storia umana, a tal punto che crediamo nell’incarnazione del Figlio suo nel seno di Maria. Ci risulta poi quasi ovvio il fatto che egli faccia tutto ciò da par suo, cioè trasportando nel tempo umano il suo stile divino. Così, per esempio, se egli fa un dono, lo fa per sempre, perché Dio, siccome Dio, è eternamente se stesso, perciò è fedeltà assoluta in tutto quello che dice e che fa. Considerando tutto ciò, può dunque persino accadere che, per non doverci troppo scomodare dalle nostre calcolate abitudini, liquidiamo Dio giacché è Dio: è ovvio che lui sia così ed è altrettanto giustificabile che noi siamo “cosà”, poiché non siamo lui.

Noi cristiani, però, abbiamo un potente antidoto contro la superficialità ed è la croce di Cristo. Essa ci obbliga a rivedere in continuazione le nostre facili certezze, ci mantiene in stato di perenne conversione e ci salva dal grigiore di una religione senz’anima. Ebbene, a proposito del nostro discorso, guardando a Cristo crocefisso, dobbiamo costatare e ammettere che il modo con cui Dio prende sul serio la nostra storia umana è per noi sbalorditivo, insuperabile, inaudito, incommensurabile.

Se fa delle promesse, Egli le mantiene a qualsiasi costo; se ci invita a seguirlo, si prende poi cura di noi senza se e senza ma; se ci scuote con la sua parola, poi ci consola; e così via.

La parte della lettera ai romani che stiamo leggendo riflette sul misterioso corso della storia d’Israele, coinvolto da Dio in un’avventura monoteistica senza pari; popolo eletto, popolo delle alleanze con Mosè, Davide e i profeti, popolo in cui è nata e cresciuta Maria, dal quale è nato Gesù “secondo la carne”. Ebbene, questo popolo, ha rifiutato l’alleanza offertagli da Dio in Cristo. Essa è il coronamento di un cammino tortuoso ma costante durato secoli, ma, tristemente, il popolo del messia, delle promesse, delle alleanze ha crocifisso il Salvatore. Gli amici di Dio si trasformano in nemici; il popolo eletto diviene carnefice di Dio.

Perché Cristo ha predicato quasi soltanto agli ebrei? Perché Cristo si rivolgeva a loro in miracoli, parole e opere? Perché discuteva animatamente con loro? Perché pregava con loro, parlava la loro lingua, chiamava loro a seguirlo? Perché si è spinto sino a morire sulla croce a Gerusalemme? Anzitutto perché egli doveva essere il segno della fedeltà di Dio alle promesse da lui fatte a Israele, doveva essere il segno da cui comprendere la serietà del modo con cui Dio assume la storia umana e la fa sua, sino a morirne: non per esaltare la sconfitta del bene, ma per vincere di dentro l’esito obbligato di ogni storia umana e cioè la morte.

Eppure i doni di dio sono irrevocabili e perciò, il popolo eletto non diventa reietto: la salvezza dapprima proposta a Israele ora è rivolta a tutti i popoli ma Israele non è abbandonato a se stesso. Le riflessioni contenute nel Nuovo Testamento a riguardo del rapporto tra l’antico Israele e Dio, quali per esempio il citato passaggio della lettera di San Paolo e il vangelo odierno della donna siro fenicia non ci autorizzano a scartare con un colpo di spugna gli ebrei, a motivo del fatto che storicamente le cose sono andate in quel modo. Ciò, intanto, perché dalle narrazioni evangeliche e antico testamentarie sappiamo bene quanto e come essi siano rappresentativi di tutti noi, nel bene e nel male. E poi, perché nessuno può separare ciò che Dio ha definitivamente unito: Cristo, sulla croce, si è consegnato anzitutto per loro, amandoli e perdonandoli per guadagnarli al Padre suo secondo un progetto che a noi rimane del tutto misterioso ma che San Paolo altrove spiega con l’immagine delle nozze tra Dio e l’umanità tutta.

Mi sono oggi dilungato sulla questione ebraica, ma mi devo interrompere per questioni di spazio, sebbene vorrei potermici soffermare ancora, talmente la considero cruciale per la nostra fede. In ogni caso, tanto basta per fornire il quadro nel quale leggere l’episodio della donna siro fenicia, in mancanza di che non riusciamo comprendere e a digerire la freddezza di Gesù davanti alla di lei legittima richiesta, perorata oltretutto persino dai discepoli.

Cristo, ebreo tra ebrei, è venuto prima di tutto per il suo popolo, eletto da Dio tra tutti i popoli per pura misericordia e benevolenza. Noi, storicamente, veniamo dopo di loro; non siamo meno importanti agli occhi di Dio, ma la storia è storia e va costruita lentamente, realisticamente e con un progetto chiaro: anche in questo Dio è un maestro!

Riflettere sullo stile di Dio, su cosa veramente sia la storia della salvezza, può aiutarci a correggere le nostre attese talvolta miracolistiche nei suoi confronti. Nello stesso tempo, la mirabile risposta della donna siro fenicia a Gesù c’insegna che in questa storia c’è posto per ciascuno di noi, purché sappiamo entrarvi con fede umile e intelligente.

Come nota il poetico commentatore Ermes Ronchi, quella donna forse non sapeva il catechismo insegnato in sinagoga, ma aveva imparato a conoscere il cuore di Dio: impariamo anche noi a fare altrettanto, mentre meditiamo sulla storia umana.

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