VENTESIMA DOMENICA T.O. – C

Sono numerosi i racconti di conversione al cristianesimo durante l’impero romano, quando soprattutto giovani e adulti abbracciavano la nuova fede, sopportando l’incomprensione anzitutto dei familiari, nei confronti dei quali poi era spesso inevitabile lo scontro. Ciò si è ripetuto nel corso dei secoli e tuttora accade ovunque il cristianesimo si espanda esprimendo sia la propria forza carismatica, sia la propria concezione della vita. Un mio caro amico, il quale tuttora vive in uno stato africano dov’è nato e cresciuto, dovette subire l’esclusione dalla famiglia da parte di suo padre, a causa della sua conversione al cristianesimo. Tali esempi ci permettono di ascoltare senza scandalizzarci le dure parole del vangelo di oggi, nel quale Gesù preannuncia divisioni all’interno delle famiglie a causa sua. Il suo vangelo sarà motivo di conflitto, perché comporterà sempre una rottura nel modo di vivere e di pensare rispetto alle concezioni vigenti.

Oggi però in occidente pare capitare qualcosa di diverso: non vi è più il faticoso, ma inesorabile prender piede del cristianesimo in una società pagana, ma esattamente il processo opposto. I cristiani soffrono (specialmente gli anziani, ma non solo), per il fatto che le nuove generazioni, cioè figli e nipoti, hanno abbandonato in massa la frequenza ai riti religiosi e la loro vita è sempre più spesso guidata da altri principi che da quelli evangelici. Usando una metafora attuale, si potrebbe dire che essi, come un iceberg, paiono essersi definitivamente staccati dalla calotta polare e navighino alla deriva nell’oceano, nel quale sono destinati a sciogliersi e confondersi senza rimedio. Più che il dolore di uno scontro, per molti cristiani vi è dunque un senso di frustrazione e di solitudine, per il fatto di non poter condividere ciò che li fa vivere interiormente con i propri cari.

Lo scontro è inesistente, giacché la cultura ha relegato la fede cristiana nell’ambito dei reperti archeologici, da analizzare da dietro la teca del museo della storia. La sofferenza, tuttavia, è simile a quella di un tempo e consiste nel dispiacere di non poter condividere con le persone amate il più grande amore della propria vita: Gesù Cristo, di non poterlo condividere loro come medico, compagno, maestro, luce e forza dell’esistenza.

In forma perciò diversa dal passato, ma con esiti identici, il cristiano sperimenta qualcosa di simile al profeta Geremia, il quale viene calato dai suoi avversari in una cisterna per evitare che le sue parole diano fastidio e obblighino gli altri a convertirsi. Egli affonda nel fango e pare che non vi sia via d’uscita per lui.

L’esperienza del profeta è premonitrice della sorte di Gesù, il quale, come dice la seconda lettura, “ di fronte alla gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore”. Tale scelta si rivelerà vincente, lo sappiamo, ma non subito. Quanta angoscia ha comportato per il Signore vivere su questa terra sapendo che, per accendere la fiaccola di una fede piena d’amore, avrebbe dovuto lasciarsi issare sulla croce! Egli lo confida ai suoi discepoli, come ne siamo informati dal vangelo di Luca. E così facendo egli appassiona ancora di più chi crede in lui: la sua debolezza e il suo dolore riempiono ancor più di gratitudine e di tenerezza i cuori dei suoi discepoli. Qui questi ultimi trovano la forza per sostenere la dura lotta contro tutto ciò che muove guerra a quel vangelo che ha afferrato la loro vita.

L’uomo, infatti, è sempre abitato da passioni che lo muovono e lo condizionano, ma il cristianesimo non promuove un’anestesia dell’anima contro il male; non predica il distacco da tutto ciò che esiste, così da stroncare ogni pretesto per quelle passioni cattive che tengono l’anima prigioniera. Questa è la via percorsa dai buddisti. Il cristianesimo, piuttosto, guarisce le passioni cattive (egoismo, superbia, invidia e così via) che noi detestiamo, ma che continuiamo a scegliere, offrendo una passione più grande, un amore del tutto diverso, nuovo e liberante, quello per la persona di Gesù Cristo. Ciò scatena inevitabilmente la reazione del male che abita in noi, a tutti i livelli: interiore, familiare e sociale. Così comprendiamo quanto e come sia inevitabile prepararsi e abituarsi a sopportare la fatica di questa “guerra” per tutti coloro che decidano di seguire Cristo e dichiararsi per lui. Diceva ancora l’autore della lettera egli ebrei: “Pensate attentamente a [Cristo] che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato”.

Una risposta a “VENTESIMA DOMENICA T.O. – C”

  1. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Grazie per questo “sguardo” che mi ha fatto comprendere le parole difficili da accettare ad una lettura superficiale.

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