Venticinquesima domenica del T.O. – anno B

Perché Cristo stavolta è così paziente con i dodici, diversamente dall’episodio in precedenza raccontato dal Vangelo nel quale aveva vigorosamente strigliato il povero Pietro definendolo addirittura satana? Eppure, il contrasto tra l’auto profezia riguardante le imminenti sofferenze da parte di Gesù e la discussione tra i dodici su chi tra loro fosse il più grande appare non meno stridente della suddetta “gaffe” di Pietro. Egli li prende in disparte, in casa, e spiega loro quale sia, ancora una volta, lo stile di Dio e, per conseguenza, quale debba essere il comportamento dei discepoli. La fa a parole: “Chi vuole essere più grande tra voi si faccia vostro servo” e con i gesti, ponendo al centro un bambino, nel quale Dio si rispecchia e si vede rappresentato molto più trasparentemente che non nelle logiche di potere e di dominio del mondo adulto, laico o ecclesiastico che sia.

Capiamo qui che imitare e seguire Cristo comporta una fatica grande, quotidiana e mai finita da parte di ogni discepolo che abbia volutamente scelto di fare riferimento a Lui quale maestro e salvatore: la fatica di disimparare le regole di un mondo lontano dalla verità e dall’amore e apprendere in continuazione lo spirito di semplicità, di mitezza, di trasparenza e di fiducia che da sempre caratterizza l’infanzia. Non vi è dubbio che si tratti di una fatica improba, giacché continuiamo a vivere in un mondo nel quale facciamo spesso tristemente le spese di una malizia dalla quale dobbiamo difendere noi stessi e i nostri cari, mantenendo sempre la guardia alta nei confronti di tanti, se non di tutti. Ma anche quando si presentano le migliori condizioni per vivere in modo evangelico una relazione, un affare o altro, spesso fa capolino in noi un’inclinazione all’egoismo, alla presunzione o simili sentimenti negativi che hanno la meglio nonostante tutte le nostre iniziali buone intenzioni.

Gesù di Nazareth sa l’una e l’altra cosa, perché nessuno conosce l’animo umano meglio di lui, il quale è così potente da rimanere perfettamente fermo nel bene in mezzo ai malvagi e così buono da rimanere fedele a uomini (i dodici e noi con loro) di cui conosce tutta l’ambiguità interiore, proprio come un bambino rappresenta una luce che brilla ancora più luminosa quanto maggiore è la corruzione del mondo adulto circostante.

Ora, come si può pensare anche solo lontanamente di vivere come Cristo se ammettiamo onestamente quanto sopra detto? E quand’anche applicassimo lo spirito dell’infanzia alla lettera, non rischieremmo di fare la fine del principe Myskin ne “L’idiota” di Dostoevskj il quale fa appunto la parte dell’idiota e muore senza aver concluso nulla?

Marco ci porta ancora una volta al cuore del cristianesimo e ci fa capire che non si può vivere come Cristo senza Cristo. Tutti i tentativi di farcela da soli naufragheranno miseramente contro gli scogli insidiosamente nascosti sotto la superficie del nostro cuore, tanto più pericolosi quanto più ci sembrerà piatto e calmo il mare, cioè quanto più noi ci illuderemo di essere padroni della situazione. La teologia cattolica, con grande equilibrio, insegna che il battezzato è stato unito al Cristo Risorto e perciò liberato dal male al punto che la morte non ha più potere su di lui, ma il peccato originale che aveva ereditato ha lasciato in lui una traccia, una ferita, una cicatrice, che lo inclina a cedere alle suggestioni del male: onori, denaro, potere, sesso e così via. E’ suo compito fuggire da questi fatui richiami, allo stesso modo con cui un bambino fuggirebbe da qualsiasi cosa lo spaventi. E dove fuggirebbe? Tra le braccia dei genitori. Appunto ciò che deve fare il cristiano, fuggendo tra le braccia del Padre. Un bambino si dimostra in tal modo assai più pronto nel fare il bene e assai più lesto nell’evitare il male di quanto non sia un adulto, spesso non solo assuefatto a stili di vita lontani dal vangelo, ma anche loro complice.

Lasciamo che Cristo ci abbracci come abbracciò quel fortunatissimo bambino a Cafarnao e confidiamo nella sua divino umana grandezza, così diversa dalle nostre “grandezze” umane: se era in grado di predire la propria fine era perché Egli era ed è padrone del proprio destino. Fare la fatica di seguire Lui significa sottrare il nostro destino dai vicoli ciechi e aridi di questo mondo per consegnarlo a qualcuno che condivide con noi la sua vittoria sul male e sulla morte, non senza la partecipazione di tutto il nostro umano e povero sforzo. Che Dio ci conceda di comprendere che il Vangelo non è la magra consolazione riservata agli inetti e ai perdenti, ma la più grande vittoria a cui l’uomo possa partecipare al di là di tutti i tempi.

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