Venticinquesima Domenica del Tempo Ordinario – anno A

Qui il link alle letture e alle orazioni della S. Messa

 

Dov’eravamo noi quando il big bang lanciava pianeti e stelle nello spazio infinito? Dov’eravamo quando la terra andava lentamente formandosi con le sue acque, le sue rocce, i suoi vulcani e le sue nuvole di fumo?

Dov’eravamo quando, lentamente, nasceva la vita sul nostro pianeta, dapprima in forma elementare per poi progredire a stadi sempre più evoluti?

Dov’eravamo quando gli oceani iniziarono a popolarsi di nuove creature, la terra di grandi e piccoli dinosauri, il cielo degli antenati degli uccelli, le colline e le pianure di piante d’ogni specie?

Dov’eravamo quando avvenne la svolta grazie alla quale questo pianeta, inizialmente ostile a una specie come la nostra, si predispose definitivamente ad accoglierci e a offrirci tutte le sue ricchezze?

Qualcuno di noi si è meritato tutto ciò? Oppure, possiamo ritenere che ci sia stato consegnato in previsione delle buone opere che avremmo compiuto in futuro, dando per scontato che ci saremmo serviti correttamente di tanta abbondanza? C’è proporzione tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che abbiamo restituito? E inoltre, c’è sintonia, c’è continuità di stile, tra la bontà di Colui il quale ha creato tutto ciò a nostro vantaggio e l’egoismo con cui noi ce ne siamo serviti?

Già solamente queste semplici considerazioni dovrebbero bastarci per superare lo sconcerto che inevitabilmente desta in noi la parabola dei lavoratori nella vigna. Non fermiamoci, però, ad esse, ma proseguiamo nello sviluppo del pensiero da cui sono scaturite. Tale pensiero è, in fin dei conti, il pensiero stesso di Dio, a proposito del quale, dice il profeta Isaia “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.

Chiediamoci anzitutto: può Dio contraddire se stesso? Per esempio, può insegnarci nella Scrittura che ognuno sarà ripagato in base alle sue azioni e poi insegnare che non importa quanto questi lavori, tanto sarà pagato comunque alla fine della giornata terrena? Siamo dunque autorizzati a de-responsabilizzarci? Con uno slogan attuale potremmo dire che è previsto un “reddito di cittadinanza per tutti”? No, Dio è giusto e non contraddice se stesso. Tuttavia la sua giustizia è diversa dalla nostra, nel senso che la supera. Dio è eternamente giusto ma Dio è anche continuamente nuovo e noi non possiamo, in forza della nostra idea di giustizia, impedire la novità di Dio.

Torniamo all’esempio iniziale, tratto dalla creazione: è solo per una mera giustizia che Dio ha creato il mondo e l’ha lungamente lavorato affinché noi potessimo abitarlo? Anche un bambino capirebbe che la sola giustizia non può spiegare tanta grazia. Qui entrano in gioco, l’entusiasmo, la gratuità, la bontà, l’amore di Dio il quale supera costantemente se stesso nell’inventare nuove vie per renderci partecipi della sua felicità. Veniamo all’apice della creazione, vale a dire alla nascita di Cristo, alla sua morte e alla sua resurrezione. Davvero riteniamo di poterli spiegare soltanto con una logica di giustizia di tipo proporzionale, quando invece non v’è proporzione tra il sacrificio di Dio in Cristo per noi e la nostra limitata risposta nei suoi riguardi?

Qualcuno potrebbe obiettare che, però, lavorare per il regno di Dio è una gran fatica e che sarebbe giusto che chi ci ha lavorato di più, guadagni di più. Sentiamo cosa ne pensa il grande San Paolo (il quale, a riguardo della fatica del lavoro nella vigna del Signore, ha molto da dire). Egli così scrive ai filippesi: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto, infatti, fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo”.

San Paolo non bada alla fatica. Semplicemente desidererebbe morire per congiungersi definitivamente a Cristo; ma ciò che conta di più per lui è il volere di Dio. Egli considera una grazia, un dono, il fatto di poter lavorare per il vangelo e tutto sopporta per i suoi fratelli affinché anch’essi possano godere con lui degli stessi beni celesti. Come si vede bene, la logica di una giusta e proporzionata retribuzione da parte di Dio è da San Paolo superata a piè pari, non per disprezzo della stessa, ma perché è così grande la novità del vangelo, è così entusiasmante trasmetterla agli altri ed è così consolante che il maggior numero ne possa godere, che tutte le altre considerazioni umane sono troppo piccine perché rendano omaggio alla gratuita misericordia che Dio non cessa di riversare su di noi.

 

 

4 Risposte a “Venticinquesima Domenica del Tempo Ordinario – anno A”

  1. Bellissimo commento!!!! Buon anno scolastico e famigliare!!!

    1. Grazie Daniela! Buon anno anche a voi!

  2. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Grazie per il tuo “sguardo” sempre originale e permeato di una grande fede.
    Sono fortunati i tuoi bimbi perché possono vivere la tua testimonianza ogni giorno.

    1. grazie Nuccia. Anch’io, come te, provo ogni giorno ad approfondire ciò in cui crediamo, ma soprattutto dopo aver scritto i miei commenti partecipo alla messa e scopro dalla predicazione altrui sfumature nuove, di grande valore. E allora mi rallegro del fatto che la Scrittura sia così inesauribilmente ricca!

Lascia un commento