VENTICINQUESIMA DOMENICA T.O. – ANNO C

I casi sono due: o le ricchezze che abbiamo ci sono state donate, oppure le abbiamo rubate. Anche se le abbiamo conquistate a prezzo di duro lavoro e sacrifici esse sono dono, perché, tanto per esempio, se non avessimo goduto di buona salute non avremmo minimamente potuto aspirare a conseguirle. Perciò, chi in un modo, chi in un altro, siamo tutti amministratori di beni, forse accumulati da noi, ma di cui, in ultima analisi, non siamo l’origine assoluta. Il vangelo, infatti, parla di un uomo il quale amministra beni non suoi; egli tuttavia lo fa sperperandoli, sprecandoli, dunque in modo disonesto. Ma anche questa volta arriva il momento del rendiconto, nel quale l’amministratore sa bene di essere in una posizione indifendibile dinanzi al padrone. Per mettere al sicuro se stesso fa perciò una mossa astuta, quella cioè di condonare in gran parte i debitori del padrone, scommettendo sul fatto che essi, oggi aiutati da lui nei pagamenti, gli restituiranno un giorno il favore. Ai fini della parabola e del suo insegnamento non conta che anche questo sia, umanamente parlando, un atteggiamento disonesto. Conta piuttosto il fatto che finalmente egli si dimostri astuto e risoluto (oggi diremmo “tosto”) nel gestire ricchezze che gli sono state temporaneamente affidate, non tanto mettendole da parte per se stesso (cosa che peraltro non faceva neanche prima), ma soccorrendo persone le quali in un secondo tempo (e solo allora) avranno il potere di aiutarlo a loro volta, ponendolo in una condizione di prosperità e di definitiva stabilità.

Sullo sfondo di questa parabola vi sono i poveri, ai quali il cristiano presta soccorso con le proprie ricchezze, sapendo bene che di esse un giorno dovrà rendere conto. Ma più in generale vi è l’invito a prendere la ferma e risoluta decisione di orientare le proprie personali ricchezze in modo che i loro frutti giovino anche agli altri: qui è interpellato l’imprenditore cristiano, l’artigiano cristiano, il dipendente che decide come e dove spendere il proprio denaro e così via.

Se forse abbiamo chiarito in che senso l’amministratore disonesto sia additato come esempio, non dobbiamo trascurare che spesso tale parabola suscita perplessità in quanto definisce la ricchezza tutta indistintamente come “disonesta” o “iniqua”. Il lavoratore onesto si sente offeso da tale ruvidezza evangelica, quasi egli fosse un ladro. Anche qui è necessario un chiarimento, in seguito al quale sono certo che comprenderemo perché il Signore non si faccia troppi scrupoli nel bollare le ricchezze come appena detto. A tal fine prendo in prestito le parole di un grande biblista, Bruno Maggioni, il quale nel suo testo intitolato “Le Parabole Evangeliche” commenta come segue.

≪«Il fattore della parabola è definito “disonesto”, ma poi – nelle parole applicative – è la ricchezza a essere definita disonesta. Perché? Certo perché spesso è frutto d’ingiustizia e anche, più spesso ancora, perché diventa facilmente strumento d’ingiustizia. Inoltre, la ricchezza rende ciechi, come insegnerà più avanti la parabola del povero del ricco. Già nella spiegazione della parabola del seminatore si è visto che la seduzione della ricchezza non è una novità. Si legge nel libro del Siracide (27,2): “ Fra la compra e la vendita s’insinua il peccato”. In altro passo del medesimo libro si dice: “Non porre la tua fiducia nella disonesta ricchezza, perché non ti gioverà nel giorno della sventura” (5,8). Quest’ultima affermazione sembra suggerire un’ulteriore ragione per cui la ricchezza può definirsi disonesta: la ricchezza è ingannevole. Infatti, promette e non mantiene. Conquista la fiducia dell’uomo per poi deluderlo. La connotazione della disonestà della ricchezza ben si adatta al senso della parola “mammona”, che è più della semplice ricchezza: è quell’accumulo mai sazio, che fa da padrone, riempiendo tutto l’orizzonte della vita». 1

 

 1 Bruno Maggioni, Le Parabole Evangeliche, Vita e Pensiero, 1995, pag. 230

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