VENTIDUESIMA T.O. – C

Di tutte le virtù, l’umiltà è probabilmente la più preziosa, ma anche la più difficilmente afferrabile. E’ preziosa, perché le persone umili arricchiscono silenziosamente l’ambiente in cui vivono grazie alla loro presenza costante, silenziosa e operosa. E’ difficilmente afferrabile, perché, nel momento stesso in cui uno afferma di possederla, essa scompare; se poi uno viene lodato per la sua umiltà, i casi sono due: o se ne insuperbisce (ma allora vuol dire che era umile per finta), oppure si fa sommessamente da parte, sottraendosi agli sguardi altrui.

Gesù coglie l’occasione di un banchetto per ricavarne una parabola e una esortazione, mediante le quali egli vuole richiamare i suoi discepoli a un atteggiamento essenziale per chi decide di seguirlo. Tale atteggiamento si esprime da una parte con il sedere all’ultimo posto a tavola quando si è invitati, dall’altra con l’invitare a nostra volta quanti non possono ricambiarci, perché poveri e ultimi. Con il suo stile concreto, realistico e provocante, Gesù insegna ai suoi discepoli cosa significhi l’umiltà e quanto essa sia indispensabile per corrispondere allo stile di Dio, come perciò essa sia lo specchio che riflette qui in terra ciò che avviene in cielo.

La prima lettura ci avverte quanto un atteggiamento improntato a mitezza e umiltà fosse già ritenuto fondamentale dalla sapienza ebraica, la quale riteneva che solo l’umile potesse essere gradito a Dio. Gesù Cristo s’inserisce in questa grande e genuina tradizione spirituale del suo popolo, la sposa, la fa sua, e la porta al massimo compimento. Incarnarsi, morire e risorgere sono verbi attraversati tutti da una profondissima e ineffabile umiltà, nella quale Dio dimostra che la via per vivere non è innalzarsi, ma abbassarsi (per poi essere innalzati), umiliarsi (per poi essere esaltati).

Tuttavia, poiché le possibili distorsioni della vita interiore sono pressoché infinite, persino l’umiltà può essere finta. Nei luoghi di potere, ma non solo, le persone possono fingersi sottomesse per raggiungere fini propri, estranei al bene comune. Altri poi possono illudersi di essere umili perché tacciono sempre, mentre in realtà sono dei vili. In vario modo, una finta umiltà può rivelarsi un’ottima strategia per coprire intenzioni più o meno meschine: è molto difficile però smascherare tali opportunismi. Meglio coloro i quali sbagliano apertamente, perché, almeno, possono essere richiamati altrettanto apertamente ed emendarsi dai loro errori.

Ovviamente, solo la grazia di Dio e la presenza di persone autentiche accanto a noi può salvarci dalla tentazione dell’umiltà “pelosa”, come si suol dire. Tuttavia, scrutando più da vicino le parole di Gesù, scopriamo che Egli ci fornisce un punto d’appoggio prezioso per maturare in un atteggiamento di sana ed evangelica umiltà.

Infatti, sia la parabola del banchetto, sia la successiva esortazione sono aperte non solo dall’immagine del banchetto stesso, ma anche dalle locuzioni: “quando sei invitato” e “quando inviti / offri”.

La prima cosa da capire è che io sono stato invitato: invitato all’esistenza da parte di Dio, invitato alla fede da parte della Chiesa, invitato a tutti i doni che ogni giorno mi vengono riversati a profusione dal Padre celeste, doni visibili e invisibili, che rendono buona la mia vita e degna di essere vissuta: vocazione, lavoro, salute, famiglia e tanto altro. Dio non mi ha chiesto il parere, mi ha invitato e basta. E neppure non vi è qualcosa che io possa fare per ricambiarlo in modo adeguato: posso collaborare alla Sua opera, nel modo che mi è proprio, ma non sono indispensabile. E tuttavia ci sono, esisto, grazie a un dono d’amore al quale hanno collaborato tante persone, a partire dai miei genitori, ma la cui origine nasce in Dio stesso: è Lui l’autore e il padrone del banchetto. Anche di quell’infinitamente prezioso banchetto che è l’Eucarestia, nel quale Egli mi dona suo Figlio, il quale è il più bel frutto del Suo amore. Il verbo “invitare” mi ricorda dunque che io sono anzitutto un invitato, che sono circondato e penetrato da qualcosa di infinitamente gratuito, che chiede solo e semplicemente di essere ricambiato con l’amore. La verità di me stesso sta qui. Ciò genera stupore, riconoscenza, desiderio di rimanere dentro e sotto questo sguardo di gratuità e tenerezza in cui scopro e mi ricordo continuamente chi sono. Questa, mi sembra, è l’umiltà di cui parla il vangelo: una verità dentro alla quale sono definitivamente al sicuro e in pace.

Invitare a mia volta chi non può ricambiarmi ne consegue sia come un fatto naturale, sia come criterio indispensabile per verificare quanto io abbia creduto all’amore di Dio per me.

Come non ospitare altri dentro a questa casa interiore che un Altro mi ha costruito nell’animo grazie alla fede, alla speranza e alla carità?

L’umile dunque lo si riconosce perché il suo animo è il più grande, mentre il mondo lo considera di poco conto. Questo mondo “mondano”, presente anche nella religione, è però lontano da un Dio del quale non conosce le vie.

Una risposta a “VENTIDUESIMA T.O. – C”

  1. Grazie!!! Questa tua visione delle Scritture di oggi, mi è stata di gran aiuto!
    Un caro saluto
    Maria Angela

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