Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

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“Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” è davvero una di quelle massime evangeliche così emblematiche e folgoranti da essere divenuta patrimonio comune a tutti, credenti e non. Essa è quel piccolo seme destinato a diventare un albero all’ombra del quale molti uccelli hanno trovato riparo; fuor di metafora su di essa si fonda e da essa è garantita la laicità dello stato, così come l’occidente l’ha maturata e l’ha offerta al resto del mondo. Guidati da essa i cristiani, a prezzo del loro sangue, hanno conquistato per se stessi e per il mondo uno spazio di libertà d’inestimabile valore nel rapporto tra i cittadini e il potere.

Tuttavia, come ogni volta in cui meditiamo sul vangelo, neppure in questa possiamo crogiolarci nella pia illusione che noi, quali discepoli di Cristo, siamo immuni da quell’odiosa ambiguità nei confronti del potere che certamente animava gli interlocutori di Gesù, come lo dimostra il modo con cui impostano la domanda al Maestro, domanda il cui intento era di tendergli un tranello, obbligandolo a una risposta che inevitabilmente avrebbe comportato un mettersi contro o all’autorità romana, o all’autorità religiosa ebraica.

Se, come dicevamo, a lungo i cristiani hanno pagato la loro fedeltà a Cristo sotto l’impero romano (e, si badi bene, ancora oggi la pagano in varie parti del mondo) sappiamo poi che è seguito un lungo periodo nel quale invece essi hanno gestito il potere sia ecclesiastico sia civile con esiti indiscutibili, ma non sempre felici.

Quanto all’Europa, tale epoca pare volgere al termine, sebbene i cristiani fatichino ad adattarsi a una nuova situazione nella quale contano poco o nulla: ciò vale tanto per i laici, quanto per gli ecclesiastici, i quali mantengono un atteggiamento spesso supino nei confronti di chi detiene l’autorità, o facendo ciò che a questa piace, o rinunciando ad alzare la voce su temi considerati “delicati”. Sul versante opposto, in un recente passato, molti cristiani hanno assunto posizioni irrealistiche a riguardo del rapporto tra Chiesa e potere, negando che vi possa essere una qualsiasi forma di esercizio di potere da parte di quest’ultima sul mondo circostante e contribuendo attivamente in tal modo a quel processo storico che ha condotto la Chiesa stessa a una generalizzata insignificanza nelle cose di questo mondo.

Non divaghiamo; restiamo sul tema del potere: affermavo che il rapporto col potere rischia sempre l’ambiguità, il che vale anche per noi cristiani. Proprio per questo il vangelo di oggi ci è salutarmente annunciato, affinché teniamo d’occhio noi stessi e contemporaneamente ripassiamo una lezione magistrale che deve sempre guidarci nel valutare con occhio evangelico il potere del momento storico in cui viviamo. Sarebbe interessantissimo dedicare del tempo a un approfondimento sui temi dell’autorità e del potere nella Bibbia e nel magistero. Qui, limitiamoci a ricordare la prima lettura, nella quale il profeta ricorda che Ciro, re di Persia, è strumento privilegiato nelle mani di Dio per liberare il popolo ebraico tenuto prigioniero in quelle terre: il potere umano, nell’ottica biblica e cristiana, è in ultima analisi sottomesso al potere divino e posto misteriosamente al servizio dei disegni imperscrutabili di Dio.

In tal senso, la massima del vangelo odierno, ci ricorda che il potere di un imperatore non va oltre lo spazio d’azione delle monete che lui stampa, mentre il potere di Dio si estende a ogni uomo, fatto a sua immagine e somiglianza.

Per una più piena comprensione, dobbiamo collegare queste parole al dialogo tra Cristo e Pilato, riportato nei capitoli diciotto e diciannove del vangelo di Giovanni. Incatenato dinanzi al procuratore romano, Cristo gli dice: “Tu non avresti nessun potere se non ti fosse dato dall’alto” dove, quel “alto” non è anzitutto Cesare, cui Pilato deve obbedire e rispondere, ma Dio. L’altra “parola”, a mio avviso indispensabile da considerare nel dialogo tra i due, è il silenzio di Cristo il quale, a un certo punto decide di tacere e lascia che, anche per mezzo di Pilato, si compia il volere di Dio. Se ci pensiamo, è sbalorditivo, perché Cristo a un tempo rispetta il potere terreno (ecco l’altro fondamento della laicità dello Stato per i cristiani: il silenzio di Cristo dinanzi a Pilato), rimane se stesso sino in fondo, porta a compimento la sua missione, ma mette in evidenza tutto il cinismo e la debolezza del potere umano. Pilato, infatti, è obbligato ad ammettere in conclusione di non sapere “Che cos’è la verità”.

Badiamo che Cristo, sottomettendosi al potere terreno, compie sino in fondo la logica dell’incarnazione, perché è cosa naturale e umana che vi sia un’autorità, che essa eserciti il potere e che essa vada rispettata. Contemporaneamente, pone le premesse affinché i cristiani possano sviluppare nei secoli successivi pensieri e comportamenti che redimano anche quella delicatissima fetta dell’umana esistenza che è la gestione del potere, nella quale purtroppo si addensano i gangli più oscuri del peccato originale da cui l’umanità è minata: gelosie, invidie, rivalità, volontà di dominio, sete di guadagno e altro ancora accompagnano da sempre il potere.

Di fronte a tutto ciò, i cristiani non possono girarsi dall’altra parte: quel “rendete a Cesare” e quel “rendete a Dio” è ben più di un consiglio, è piuttosto un incarico da adempiere in ogni epoca storica.

 

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