VENTINOVESIMA DOMENICA T.O. ANNO C

Una lettura seria e attenta del vangelo, prima ancora che fornire delle risposte, suscita inevitabilmente delle domande. Coloro che hanno la bontà e la pazienza di leggermi oppure ascoltarmi in audio sanno che è spesso mia abitudine partire proprio da tali domande, così come esse nascono in me o in chi mi circonda, per provare a condividerne qualche tentativo di risposta.

Ebbene, oggi la domanda più spontanea pare la seguente: perché, Gesù raccomanda di pregare, di bussare alla porta della casa di Dio chiedendo ciò che vogliamo, assicurando che questi ci esaudirà prontamente, mentre molto spesso noi facciamo l’esperienza di chiedere una cosa giusta e sacrosanta magari per anni (per esempio la guarigione da una malattia) senza che poi siamo esauditi? Detto in termini ancora più polemici: perché Gesù ci assicura sul fatto che il Padre ci prenda sul serio, mentre spesso ci appare il contrario?

Tento una risposta lasciandomi guidare da due parole di Gesù contenute in questo brano, anzitutto laddove egli termina il discorso con la domanda “ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” e ancora, dove egli parla di “eletti che gridano giorno e notte verso Dio”.

Già solo a livello intuitivo, ci accorgiamo che queste ultime parole ci obbligano ad abbandonare lo schema comune che ci portiamo scritto dentro: io ho un bisogno, chiedo a Dio di soddisfarlo; se lo fa è giusto, se no è ingiusto e non merita di essere considerato ulteriormente.

Il vangelo, piuttosto, ci parla di uomini e donne i quali abitualmente bussano alla porta di Dio sino a molestarlo, a importunarlo, di giorno e di notte; costoro cioè hanno fatto della preghiera la loro normale forma di vita. Essi non potrebbero pensare né se stessi, né null’altro al di fuori della preghiera; per loro sintonizzarsi sui pensieri di Dio, cercarne tanto l’aiuto quanto il volere, implorarlo quanto ascoltarlo, è la normalità, è il senso e la forza della loro vita quotidiana. Uomini e donne capaci di rimanere costantemente orientati verso Dio qualunque cosa facciano e in qualunque luogo si trovino: in chiesa come al lavoro, in casa come a scuola, nel tempo libero come nel volontariato. Uomini e donne per i quali la volontà di Dio è rispettata, cercata e praticata prima e sopra di tutto. Uomini e donne i quali conservano la fede in Dio nelle prove più dolorose, compreso il momento in cui riconoscono di aver peccato anche gravemente contro Dio e i fratelli. A questi eletti, a questi benedetti dalla grazia di Dio, il Padre può resistere? Dinanzi a una tale fede, Dio può rimanere indifferente? Essi si sono talmente accordati a Lui (come uno strumento musicale si lascia accordare dal musicista) che Egli non sa volgere lo sguardo altrove. Tanto più che essi chiedono liberamente, insistentemente e ovunque cose concrete, ma sono comunque pronti a essere esauditi in modo diverso da quello che essi chiedono.

Sia chiaro: Dio rimane libero e sovrano, tuttavia può esaudire le preghiere degli uomini che si rivolgono a lui con cuore puro, senza rinunciare alla propria libertà. Anzi, noi cristiani sappiamo che la logica dell’incarnazione si ripercuote anche nel modo con cui Dio ascolta ed esaudisce le nostre preghiere. Infatti, la decisione che Dio ha preso di farsi uomo presuppone da parte sua la volontà di prendere sul serio la nostra libertà, le nostre scelte: lo vediamo a Nazareth nell’annunciazione a Maria, ma lo vediamo pure quando Gesù discute aspramente con i farisei e permette che essi rimangano sulle loro posizioni anziché sottometterli per altre vie. Perciò, quando preghiamo e chiediamo delle cose a Dio, possiamo essere certi che egli saprà come inserire le nostre preghiere e le nostre scelte nel suo progetto di salvezza per noi e per gli altri.

Dio dunque prende sul serio non solo i nostri bisogni (purché reali), ma anche le nostre libere scelte, quando tutto ciò sorge da un cuore fedele; volentieri liberamente soddisfa gli uni e rispetta le seconde, tutto inserendo nei suoi piani di pace e bene per il mondo.

Il mistero di numerose e forse infinite suppliche apparentemente non esaudite, certo rimane. Il pregare, però, sempre resta a sua volta ingrediente necessario per essere esauditi. Non solo perché lo dice il vangelo, ma perché è tra l’altro esperienza umana quella per cui, quando ripetiamo in continuazione le stesse cose, noi stessi ci chiariamo le idee su ciò che veramente vogliamo e su ciò che veramente abbiamo capito a proposito di noi stessi o degli altri. Spesso Dio pare resisterci anche perché noi stessi non abbiamo chiaro ciò che vogliamo, oppure non abbiamo abbastanza chiaro che quella non è la cosa giusta per noi.

Una cosa comunque deve esserci chiara: non è possibile vivere cristianamente senza la preghiera continua. Allo stesso modo non è possibile realizzare qualcosa di duraturo e salutare senza che una tale opera sia nata dalla preghiera e dalla preghiera sia costantemente irrorata. Come potrebbe resistere la Chiesa senza i monaci che nel silenzio offrono a Dio un’incessante preghiera a nome di tutti, come Mosè sul monte durante la battaglia contro Amalek? Oppure: quanti successi personali attribuiamo a noi stessi, mentre in realtà sono stati fecondati dall’umile preghiera di qualche vecchietta, da lei elevata a Dio nel segreto della propria casa? Pensiamoci.

Una risposta a “VENTINOVESIMA DOMENICA T.O. ANNO C”

  1. Grazie per le tue parole .

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