Ventiquattresima Domenica del T.O. – Anno B

Pietro è un cristiano che non ha ancora capito chi è Cristo. Ha capito e creduto, per dono del Padre, che Gesù è il Messia tanto atteso da Israele, il liberatore del popolo. Ma non ha compreso in che senso. Che il maestro “debba” soffrire e morire ingiustamente pare assurdo ai suoi orecchi di discepolo. Ci vuole una “sventola” del Maestro, un “Effatà” sonoro per aprirgli occhi e orecchie alla missione del Messia. Cristo opererà la giustizia passando attraverso l’ingiustizia, salverà gli altri perdendo se stesso. Chiunque vorrà seguirlo “dovrà” anch’egli percorrere la stessa via crucis, ogni giorno. Cristo non s’attarda a spiegare il perché di una simile scelta di divina sapienza: ci penseranno lo Spirito Santo, la Chiesa e la storia seguente a far comprendere adagio adagio, ad ogni generazione di discepoli, la vittoriosa logica di questa folle sapienza e la supervincente forza di questa potente debolezza. Pietro per ora deve accettare di sentirsi dire che non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Il suo maestro lo scrolla dicendo che Dio pensa diversamente dagli uomini: forse qui veramente per la prima volta nella sua vita il futuro papa intuisce quanto Dio sia diverso da tutte le precedenti rappresentazioni umane. Solo sul Calvario però tutte le sue idee sbagliate su Dio saranno crocifisse definitivamente, insieme a quella falsa religiosità, dalla quale anch’egli era stato contagiato. Allora inizierà a comprendere che se un Dio giunge a farsi crocifiggere non è soltanto perché noi siamo cattivi (vi ricordate il rimprovero di Gesù ai farisei di due domeniche fa a proposito del fatto che il male è nel cuore dell’uomo?) e non lo fa unicamente perché persegue un piano di salvezza la cui logica è umanamente imponderabile, ma perché questo Dio è proprio un’altra cosa rispetto a quello che lui, povero seguace del Maestro, pensava. Questo Dio è Umiltà, è Dono, è Amore, è Tenerezza, è… tutt’Altro rispetto a me!

La professione di fede di Pietro, posta esattamente a metà del vangelo di Marco è il punto di svolta nella storia dei dodici con il Signore ed è il punto di svolta di ogni discepolo. Marco ci dice che, una volta in cui abbiamo affermato che per noi Cristo è il Signore (credendoci davvero) e ci pare di avere capito tutto di Lui, allora, proprio in quel momento dobbiamo vigilare su noi stessi in quanto rischiamo di essere anche noi dei “satàn”, letteralmente degli “ostacoli” per la realizzazione del progetto di salvezza, piuttosto che dei collaboratori. I primi cristiani dovevano capire che Gesù non era un superuomo, perciò Marco rincara così tanto la dose nel narrare fatti e parole veri. Ma forse anche noi, cristiani di dopo, dobbiamo accettare umilmente in un certo senso di non capire, di non sapere, di essere discepoli della Sapienza, della Verità che è Cristo, ma di non possederla in tasca, né tantomeno di poterla manipolare a nostro piacimento. “Vade retro!”: lui davanti, noi dietro. Lui a guidare, noi a collaborare. Ma come possiamo essere certi di essere sulla via giusta? Quando il maestro si volta verso chi lo segue lo dice chiaramente: “Se uno vuole seguirmi, prenda la sua croce e mi segua”. La croce è presente sempre, ogni giorno. Possiamo fare gli slalom che vogliamo, ma una croce è sempre pronta per ciascuno di noi. Normalmente, eccezion fatta per i grandi santi, è quella che non ci piace, che non vorremmo, che non amiamo. Ecco, basta abbracciarla, imparando da Cristo e lasciandoci sostenere dalla sua forza, accettando di non capire tutto subito. Essa ci salverà e, in modi e per vie a noi sconosciuti, sarà lo strumento attraverso il quale collaboreremo alla salvezza di altri.

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